I beffardi

Le tre tappe di Babbo Natale

Il Natale, da quando hai un figlio (due, tre…) è decisamente più allettante ed eccitante di un tempo. E poi è deliziosamente mutevole. Cresce, insieme ai figli, alla famiglia. Cambia gusti, cambia occhi.

E mentre t’ingegni per illustrare la fiaba di Babbo Natale prima, e per salvaguardarla poi (e, infine, per rimpiangerla), ti accorgi che, bene o male, non puoi sfuggire nemmeno in quest’occasione alle grandi tappe della vita.

Normalmente il Natale ne ha tre:

1. Ti riempio di cose e non te ne frega niente

Meglio nota come la fase della gratuità. L’infante è un essere ancora morfologicamente confuso, mezzo mescolato alla tetta, lievemente informe, incapace di intendere e di volere oltre a un seno e pochi primi versetti. Curioso, non si può dire di no, ma assolutamente estraneo allo sfavillare della festa: tu ti ecciti come non mai all’idea dell’albero, dei regali, del pranzone, del vestitino che hai già scelto di fargli indossare. Lui attraversa le feste nella più totale ignoranza, capace di sovvertire anche la santa notte, di illuminarsi per una lucina come fosse un luna park, e uscirà del tutto indenne dai grandi pasti nei quali il solo vero companatico sarà il tuo latte. In questa fase di estrema tenerezza puoi andare per negozi con lui al seguito e acquistare ogni cosa (inutile) che ti acchiappi lo sguardo, tanto il piccolo non se accorge. E poi incartargliela e fargli trovare quei cento pacchetti per lui. Tanto il piccolo, di nuovo, non si accorge. E nel migliore dei casi gli interesserà solo la carta.

2. Ti riempi di cose e non frega niente a me

Il bambino è diventato un essere pensante. A modo suo. Che non è il tuo. Se te lo carichi dietro per gli acquisti poi non sai come giustificarti, però puoi sondare la sua reazione verso questo o quel giocattolo e avere preziosi, irrinunciabili spunti per i regali da fargli. Questo? Sì, che bello. Quello? Sì, che bello. Normalmente additerà questo e L’alternativa cartacea o mediatica sta in quelle riviste che i centri commerciali diffondono già a due mesi dal Natale. Oppure la pubblicità in tv. Intorno ai due o tre anni un bambino è malauguratamente già perfettamente in grado di indicare col dito, o riprodurre una goffa crocetta accanto a ogni gioco che richiama il suo interesse. Il fascicoletto impiega non più di mezzo pomeriggio per diventare uno sterminio di croci come nemmeno un campo santo. Tu impiegherai non meno di due settimane per sfoltire la lista: da tutte quelle che ritieni sacrosante cazzate, da ciò che no perché è troppo grosso, no perché ha parti troppo piccole, no perché questo gioco non può farlo da solo, no perché costa troppo, no perché so che si stufa dopo un secondo. E, infine: ma se questo ce l’hai già?! Altri dieci giorni per far girare tra parenti e conoscenti la lista delle disgrazie, così che, infine, tu possa trovare sotto l’albero tutte le cianfrusaglie che speravi di aver schivato. Più qualche debito doppione.

3. “Dammi la busta e mi riempio da solo”

Fase non ancora battezzata in questa casa, vede il relitto di Babbo Natale accanto alla Befana, i figli non sono più i primi a svegliarsi la mattina di Natale, d’altro canto quale impazienza possono avere di fronte a un regalo ordinato espressamente o alla sua versione anonima e sciatta in forma di banconota imbustata? Non ti resta che attendere il pranzo, di solito lì danno il meglio di sé. E goderteli prima che fuggano con gli amichetti, sgasando dal motorino del compagno, perché tu ti sei rifiutato di comprargliene uno.

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