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Maternità

Le mamme finiscono in “ingo”

Mentre Isabelle mi esorta, per il terzo anno di fila, dall’altalena (che, contando gli altri figli, fanno 8 anni di altalene): – Mamma, mi spingi? – io penso a tutti gli INGO della maternità.

SPINGO: ho spinto nel parto, per darti alla luce. Ti spingo sull’altalena, a giocare, a fare, scoprire. A sognare, desiderare. A essere: quello che sarai.

DIPINGO: principesse e castelli sulla carta ma anche facce tristi o incacchiate nel purè. Felici non le chiedi, perché lo sei già tu.

INTINGO: il dito nelle pietanze per sentire se scottano. E poi soffio, perché per i bambini scottano sempre. Intingo il gomito nella vasca, e poi giù di acqua fredda, perché per i bambini scotta sempre.

STINGO: miriadi di body in lavatrici a novanta gradi, ma tanto le macchie di frutta e di pennarelli (“lavabili”: ma dove?) rimarranno a memoria.

ATTINGO: a tutte le mie forze mentali e fisiche, per rispondere al tuo imprevisto infinito. E sono fortunata che mi hai aperto dentro un pozzo come una sorgente, e che quell’acqua non si esaurisce mai.

FINGO: anche se qualche volta sto al fondo, e ravano, e devo fingere un sorriso, uno stupore, una voglia più grande del vero. Fingo: di non essere stanca, impaziente, usurata.

MI ACCINGO: innumerevoli volte mi accingo a dormire e tu m’alzi, a mangiare e ti manca il ketchup, a leggere e mi porti un libretto dei tuoi, al computer e invece mi chiami. A uscire, quando di colpo hai deciso che “no mamma, io devo giocare.”

COSTRINGO: quelle volte che invitarti non basta, che devo proprio forzarti. Forse non sono i miei successi migliori, forse sono l’inevitabile delle tue affermazioni.

STRINGO. I denti e resisto. La mano sul ginocchio ferito, i lacci delle scarpe quando smetteremo il velcro, il tuo berretto sotto al mento in inverno. Il tuo corpo al mio in tutte le stagioni.

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