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Maternità

Lasciatemi fare

IL DOLORE SI ARRAMPICA COME UNO SCARAFAGGIO. TE NE LIBERI SOLO SE LO PRENDI, NON SE LO IGNORI. TE NE LIBERI SOLO PERCHÉ SEI PIÙ GRANDE DI LUI

 

I bambini sono più bravi. Sarah ha voluto dormire con me, nel lettone. Tirava la coperta, disturbava un sonno già fragile. Mi sveglio che le gambe corrono, hanno una sorta di elettricità, dentro. Corro, ma sono ferma nel letto, nella luce rigata dalle imposte. Ho bisogno di spazio. Penso se qualcuno si sente aggredire dal panico, se gli viene il fremito di gettarsi dal balcone: adesso prendo l’autocertificazione per documentare l’uscita, la ragione è sanitaria, è che o esco o vado matta. Quelli che non hanno il balcone. Quelli striminziti in piccoli bilocali. Noi siamo incavati in una corte. Intorno, il chiuso. Abbiamo un lotto di terra, qui fuori: una volta era un giardino, poi le piogge d’un inverno impietoso l’hanno violentato, s’è formata l’acqua alta come a Venezia. Abbiamo fatto un terzo figlio, erano notti e latte, erano corpi sfilacciati. Il giardino s’è lasciato andare, ha fatto il suo corso, il sole di poi ne avrebbe ricavato una steppa di tutto rispetto. Gli attici, invece: o quei parallelepipedi alti delle metropoli, stare a un settimo piano, guardare questo corpo morto, dormiente, di una città che pare nuova. O malata. Ma almeno guardare. Sto cercando un modo di spiegare alle mie gambe che anche oggi non le porterò da nessuna parte. Ai miei occhi racconto di quei fiori gialli, superstiti a quel campo essiccato: credo si tratti di qualche forma di gramigna, in qualche modo incredibile sono spuntati, spuntano ogni primavera, e vengono a omaggiare il bronzo della terra con qualche macchia gialla, ridenti come soli. Andrò fuori, guarderò quelli. Me li farò bastare.

Invece Sarah non è cambiata.

«Guarda che un po’ devi stare fuori, serve al tuo corpo: sia la luce all’aperto, sia il sole, i suoi raggi fissano la vitamina D».

Non è uscita mai. Sta bene così. Si ingegna. I bambini sono così direttamente legati alla vita, che la loro linfa non si spegne mai. Invece noi siamo burberi. Verrebbe da pensare che sono ingenui.

Beati loro. Ma io credo proprio che abbiano ancora quel cordone ombelicale, che li nutre: morbido e connesso direttamente alla placenta del vivere.

Mi siedo sul bordo del letto, non mi alzo subito. Non ho impazienza, nei soliti gesti: gli occhiali, le pantofole, aprire la finestra.

«Oggi mi prende male. Sono nervosa, ho bisogno di uscire. Oggi usciamo, Sarah. Anche tu».

Ci metteremo al centro del quadrato di terra, equidistanti dai lati, dal rischio di eventuali presenze o passanti. L’attentato di essere umani.

Mi do il diritto a questo sbraco, smetto il lifting emotivo che rialza gli zigomi in qualche sorriso. Dicono «what you resist, persists». Quello cui opponi resistenza, perdura. Dai, facciamoci un bagno in questo viso malconcio, nel malcontento di oggi. È la festa del papà e potremmo festeggiare facendo la spesa. Non la facciamo da due settimane, all’inizio è stato divertente, vedere che ci arrangiamo, che siamo capaci di farcela.

Dopo un po’ quel frigo rassegnato non diverte più nessuno, fa eco allo stesso vuoto che percepiamo dentro. Racconta scarsità, racconta il fermo. La guerra.

Forse sarà la grande avventura di oggi, imbottirlo. Vedersi rinascere un po’, in quei prodotti stipati, mangiare una banana che non mangio da dieci giorni, lottare per raggiungere i vasetti al fondo, scavalcare i prosciutti per una confezione di pollo, un hamburger. Ieri c’era la padella dove abbiamo cucinato le ultime due salsicce scongelate. Ho tenuto il sugo, oggi ci faccio il riso. Era una novità, poterla parcheggiare così com’è, nel frigorifero. Non devi nemmeno travasare la salsa in un contenitore, non devi organizzare nulla, butti dentro, pare quei parcheggi, quegli spiazzi vuoti dove alleni le prime manovre in automobile quando impari a guidare. Col foglio rosa nella tasca.

Poi siamo in cucina, lei rovescia i cereali nella scodella. Gli altri si sono già occupati in qualche modo. Inscenano spettacoli, rivoluzionano la casa. Non hanno mai chiesto perché dobbiamo stare qui. Non hanno mai domandato quando finirà. Non si sono mai lamentati degli spazi condivisi, non si sono arrabbiati per le altalene smesse, gli scivoli. O

per tutti quei fiori che adesso nascono fuori per nessuno.

I bambini sono più bravi.

È necessario, a un certo punto, permettermi quello che viene.

Il dolore si arrampica come uno scarafaggio. Te ne liberi solo se lo prendi, non se lo ignori. Te ne liberi solo perché sei più grande di lui.

Leggerete, di me, cose apparentemente incoerenti, perché così siamo. La scrittura fa spazio a tutto, è l’esercizio di amarsi, nei dossi e negli affossamenti. Di coricarsi, e di saltare in alto. Lasciatemi fare.

In questa reclusione, la parola è l’unica cosa che possa uscire dai muri.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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