Maternità

L’amore si divide?

Un cucchiaio immerso nell’acqua si spezza. Almeno all’apparenza.
Si spezza, cambiando direzione, una vita immersa nel liquido amniotico.

Mathias era in America per lavoro, quella sera. Io mi attardavo nel sole lento dell’estate, Sarah nel pancione, Patrick, di due anni, seduto nel suo passeggino rosso. Parlavo al telefono con un mio amico, con l’altra spingevo il passeggino, su per quel piccolo ponticello nel parco, volevo far contento mio figlio, che amava i ponti, conquistarmelo un po’, ritrovare armonia.

“Sente che manca il papà” raccontavo al mio amico, “sono giorni impossibili.”

C’è uno strano sentimento, quando si rompe qualcosa coi figli: un fuoco divampa, ma l’amore è vetro che resiste, cocci che graffiano, ma non cedono.

Avevo capito: la nascita di Sarah avrebbe cambiato le cose. Così come quella di Patrick aveva scompigliato la coppia. Anche i fuochi d’artificio, nella loro bellezza, fanno casino e fumo, restano cenere, ricordi di petardi. La neve, perfino, innocua all’apparenza, soave e pura, è capace di valanghe. Le cose saltano in aria. Riatterrano, poi, non restano appese nel nulla: riatterrano, secondo modi nuovi.

Sarah nacque. Fuori piovigginava, come oggi. La strada era ingombra di vecchi che estraggono la vettura solo per le commissioni del sabato e temono due gocce d’acqua. Era tardi, avevamo aspettato troppo, sentivo già spingere. Ero uscita senza nemmeno salutare il mio bambino. Il mio figlio unico, non più unico. Lasciato in stanza con la nonna, mentre andavo a prendere la nuova vita, mentre chiudevo, senza voltarmi, l’assoluto che eravamo stati.

La sera stessa, Patrick venne a trovarmi. I suoi occhi blu, sgranati, scrutavano ridenti quell’esserino che si perdeva nel pigiamino rosa, tra le mie braccia. Le guardava le piccole mani, i piedi minuscoli. Sorrideva. Io lo cercavo. Lo volevo ancora per me. Affacciata da quel nuovo che, pure, mi traghettava in alto, felice da impazzire, mi allungavo a tentare la presa su un bambino che a malapena mi guardava.

Uscimmo dall’ospedale tre giorni dopo. Mathias mi venne a prendere con Patrick: volevo che lui capisse la faccenda della sorellina che non è più nella pancia, che ora torna a casa con la mamma, che adesso si torna tutti insieme, che questi, adesso, siamo noi.

Ho un ricordo duro di quei tempi. Che il tempo non ha addomesticato. Quel giorno lui gridava “Pa…”, si dibatteva tra le mie braccia, mi rifiutava, cercava il padre con i soli suoni di cui fosse capace. Urlò in auto, urlò all’arrivo a casa, urlò quando provammo a fare due passi qui fuori.

Quel giorno qualcosa si spezzò. Divenne irriconoscibile, e così divenni io. Non c’è una causa, non c’è una colpa. È quella neve, che causa smottamenti. Mi ritrovai, a sorpresa, non tanto gelosa di preservare la mia intimità con Patrick, ma di potermi occupare della nuova arrivata senza interferenze. È l’effetto degli ormoni, del puerperio. Nasce la piccola e vai alla deriva con lei: è così che Natura prescrive, all’inizio.
Fu così che Patrick e io divenimmo estranei.

Quei tempi coincisero con la scoperta dei ritardi di sviluppo di mio figlio. Con le paure. I dolori. Le visite dai dottori, le cose dette e quelle non dette. Quelle non dette, erano le più spaventose.

Ci sono voluti mesi. Mesi. Mesi. Anni, perché risalissimo. Ero sicura che non avrei potuto avere altri figli. Eravamo una famiglia dondolante come un’amaca sotto un monsone. Instabile, tesa quanto la vela di una barca incagliata.
Poi cominciò la ripresa. La neve si ritirò pian piano. Patrick migliorò indicibilmente. La famiglia si ricompose, Sarah cresceva ed era la figlia senza problemi, l’amore “facile” che non avevamo mai sperimentato. Patrick e io trovammo nuovi ponti, nei parchi e tra noi. Nei parchi e non solo.

È così, che siamo arrivati fin qui. Così che, con gioia infinita, abbiamo cercato e accolto, pronti, questa gravidanza.
Però, di nuovo, so che reimmergo la vita in quel bicchiere che spezza i cucchiai. Lo voglio. E ne ho paura. Perché le cose, di nuovo, cambieranno. Perché torneremo, per un po’, ad essere un’amaca al vento.
Ritrovare equilibrio è un secondo canale del parto, in cui infilarsi, stretti, a fatica. L’ho messo in conto.

Ha ragione Mary, quando osserva: “L’amore si divide. C’è poco da fare: è così.” Mi allunga il muffin al cioccolato per i miei bambini, e commenta, ormai divertita, che la sua secondogenita con cui aveva un’intimità perfetta, divenne un mostro di gelosia quando nacque la terza: “Ci pensò lei, a spezzare la simbiosi. Non mi mancava nemmeno, da come mi trattava.”

Ora prendo i bambini sulle ginocchia, richiamo la loro attenzione, spiego loro:

“Quando nascerà la sorellina, bisognerà che la mamma faccia le coccole anche a lei. Ma voi non dovete preoccuparvi, perché alle mamme succede una cosa speciale: ogni volta che arriva un bimbo nuovo, il cuore della mamma si allarga di un po’, diventa sempre più grande. Così c’è sempre abbastanza mamma per tutti.”

Loro mi osservano con attenzione sacrale. Ci credono, sorridono innamorati e persi. Io allargo le mani, gli mostro quanto grande sta diventando il mio cuore. E penso che dev’essere così. Dev’essere così per forza.

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