Maternità

L’amore a pennarello

Adesso immagino che dovrei giocare con loro.
Ho messo a letto la piccola con grandi fatiche, programmato una simpatica gita dalla pediatra che dichiarerà l’ennesima otite a tre sole settimane dalla precedente. Fatto un giro di chiamate per trovare chi mi tenesse Patrick e Sarah ed evitare di caricarmeli anche loro verso la terra dei batteri. Tracannato un caffè disturbato dalla visita inattesa del gattaccio della vicina sul nostro terrazzo (lo so, si è appena festeggiata la Giornata del gatto, ma qui di cognome si fa Capra, e animali in più non sono molto graditi). Vestito Sarah che voleva giocare su quello stesso terrazzo. Rimpatriato Sarah dopo minuti 2, causa paura dei felini: “Mamma, lo sai perché ho paura dei gatti? Perché i gatti c’hanno le unghie. Graffiano.” E se, ora, mi arriva l’eco ben nota di mattoncini dalla loro stanza, detto fra noi… chi me lo fa fare d’intromettermi e proporre un gioco con loro?
E così si rimanda. C’è sempre tempo. Una mamma sta negli occhi del figlio come una promessa: ben centrata, come le pupille. Salda, così sicura, eterna, che un minuto in meno, un metro in più, nulla cambia, non incide.

Sarah ha preso l’abitudine felice di salutare il mio arrivo all’asilo, quando la vado a prendere, con un disegno.
“Tieni, mamma.”
Ha un foglio ripiegato e stropicciato che pare un bugiardino. Non fosse per i colori che tracimano, sfondano la carta esile, si affacciano di qua, sul retro, a furia di ripassarci sopra. Me lo porge con la sua mano tesa, verso la mia altezza fisica e quella, magica, in cui gravitano tutte le madri di figli piccoli: l’orbita della perfezione.
Baffo al ritardo, a Isabelle parcheggiata all’ingresso sotto l’occhio vigile e sorridente della commessa, mi accovaccio o mi chino da quelle altitudini ingannevoli, ci ammollo l’attenzione: “È bellissimo!”
E non è una balla, non è una di quelle frasi che siamo programmate a dire, corredo genetico della maternità, un tratto che ti spunta fuori quando sfigli, così, come l’istinto materno. Lei è brava sul serio. Disegna cuori marroni che sembrano polpette o asteroidi di cioccolato, asterischi per stelle, fiori, frutti, come tutte le femminucce. E non a casaccio: il tulipano, le mele, le margherite. A volte un castello (viola), con le finestre piene di colori e le merlature arancioni. Una banda di cielo azzurro ben alta. E non manca mai il sole.
“Questa sono io?”IMG_1214_w
Sibila il suo che non ha ancora la s giusta, sorrido ingoiando la tentazione di correggerla per non innervosirla: non posso rovinare un momento solenne per uno stupido fonema.
Siamo per mano, raggi di dita intrecciate. Lei è bionda, una mezza areola di giallo canarino. Gli occhi azzurrissimi, rotondi e senza ciglia. Una bocca rossa, espansa dall’insistenza del tocco e, forse, dalla cattiva qualità della carta: le riempie metà della faccia. Un vestito viola da cui sbucano due tronchi rosa: le gambe. E atterrano su un prato che non si scorda mai di disegnare. Io sono bionda, lo stesso casco di capelli. Gli occhi azzurrissimi, rotondi e senza ciglia. La bocca rossa e grandissima, riempie metà della faccia. Il vestito viola, due gambe rettangolari. Siamo uguali, identiche. È così che ci vede: forse perché vorrebbe somigliarmi. O perché nell’amore ci si mescola.
Perché è anche per questo, che si fanno figli: per riempirci dell’amore disegnato su un foglio.
Bisognerà che la cerchi, anche io. Non dopo, non fra un’ora, più tardi, domani. Prima che si svegli la piccola, che mille altre cose s’intromettano nel ticchettio del giorno, bisogna che m’infili io, in quella stanza. Che le offra qualcosa, di squisito, inatteso, oltre la cura abituale che, pure, è una forma d’amore. Bisognerà che la cerchi, oltre a farmi trovare.
Invitarla a quel castello. A darmi la mano. Tenere verde il prato, azzurro il cielo. E, se le va, azzurri gli occhi.

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