Maternità

Laggiù in città

C’è davvero qualcosa oltre quel vetro? C’è qualcosa oltre il tavolo della cucina, i cuscini fiorati del salotto e la camera gialla e blu dei bambini? Annidata e salda nella mia casa come inerzia gravidica e vita familiare dolcemente impongono, mi sembra quasi inverosimile che, lavato a giorni alterni dalla pioggia, esista un mondo esterno. Con tanto di attori, tra l’altro, e non solo parenti calamitati dalle feste.
Attrezzata per il primo giorno dopo le vacanze-non vacanze (giorni nei quali il marito non ha praticamente preso ferie e la famiglia ha coperto, come massima distanza di “villeggiatura”, la Vigevanese: Baggio-Kiabi e ritorno) mi lascio stupire dalla puntualità disarmante con cui varco la soglia dell’asilo, incluse consuetudini ormai già accantonate, tipo insciarpamento bimbi, imberrettamento, asciugamani puliti, scarpe, cambio scarpe, inchino con pancione per svestimento e bacio ingresso in classe.
Le donnine si accrocchiano all’uscita, uno chignon ben riuscito di giacche a vento e gote rosate da fard misto alle temperature invernali. Caffè?
Una tazzina al volo con le comari (non me ne vogliano), e di corsa a casa: il palinsesto prevede, come prima giornata di rientro nella socialità, la solitudine di una gita all’Auxologico per un ECG.
“Cos’è?” domanda Silvia.
“Non lo guardi Grey’s Anatomy?” la sfotto prontamente.
L’elettrocardiogramma, mi serve per la visita anestesiologica, che mi serve per l’epidurale, che mi serve per attenuare i dolori del parto. Che non faccio mai in tempo a fare. E che, con altissima probabilità, mancherò anche sta volta. Ma vale la pena tentare. E farmi questo giro metropolitano a base di bus e metrò.
Mi avvedo che sono sempre, categoricamente, “sanitarie” le mie uscite in città. D’altronde per semplice piacere non mi sobbarcherei la fatica di una vasca in Corso Vercelli o limitrofi con una conchiglia di pancia dura appesa alla cinta. Nemmeno, o tanto meno, in tempo di saldi. Eppure mi piace uscire per uscire. Lasciare l’obiettivo in fondo alla borsa, godermi il tragitto guardando fuori dal finestrino, come le ragazzine che bigiano la scuola. Osservare gli altri passeggeri, inventarmi le loro storie.

Una donna all’incirca della mia età, una come tante, schiude un pensiero: dai miei occhi ingordi lascia stillare un’invidia minuta, quel suo corpo agile, un giro di shopping, un pranzo fuori. Più tardi, una sigaretta sulla soglia, sotto la tenda che scende sbieca. Ritornare nel qualunquismo della folla, perdere il benefit concezionale, il bonus graviDazionale delle attenzioni, l’effetto-onda prodotto dal bambino sottopelle. In cambio di un corpo senza inquilini. Mi sembra che in questo momento baratterei volentieri.
Ci vorrebbe una settimana o due di vacanze, dopo la gravidanza. Per riposare, ritrovare le proprie funzionalità, digerire quello che non hai digerito in nove mesi, non avere pensieri né vite attaccate a qualche annesso corporeo. Due settimane. Poi ti danno il bambino.
Davanti a me due pensionati si tengono la mano. Stanno seduti vicini, discutono amorevolmente dell’ora di apertura e del luogo di un certo negozio. Penso a quando Mathias e io saremo come loro: pensionato, lui, io evidentemente no. I figli all’università pagata da un miracolo o da qualche mese di volantinaggio o servizio ai pub, usciremo per piccole cose, cambiare una maglia che mi ha regalato a Natale, del colore sbagliato: “Ma ho visto che di questo colore non ne hai, per questo te l’ho presa.”
“Se non ne ho di questa tinta, una ragione ci sarà.”
Sorrideremo e ce ne andremo in centro in metrò, siederemo accanto, la mano nella mano, nel bel mezzo della mattina, non saremo inopportuni come quelli che affollano i convogli all’ora di punta. Avremo capito che il tempo e la fretta non ci competono più. Spezzeremo un tempo diventato enorme con un’uscita ben piazzata, come un tappeto in mezzo ad una stanza troppo vuota. L’uscita-arredo. E ci basterà.
I ragazzi non ci sono, sono a scuola o già alla Rinascente. Nessun mendicante riga il silenzio con la puntina arrugginita di qualche melodia discutibile. I cellulari sono quasi zitti. Una fermata dopo l’altra, il rimescolarsi dei cappotti, le mani sui sostegni, pezzi di vite come tralci attorno ai pali. Mi piace sorseggiare la scena che evolve: un calice che bagna le labbra con i suoi aromi.

E sono fuori, la zingara sui gradini ha fermato tutti tranne me, le ha fatto empatia la mia pancia, incinta come lei. Che cielo grande, sembra più grande, qui. Più alto. C’è una luce diversa, sfacciata, si prende l’inverno e lo mette da parte.
Mi fermerei anch’io, a qualche bar, a spiluccare la mattina. Invece tiro dritto, mi faccio bastare la spremuta di passeggeri in metrò, la sfilata di vetrine e boutique, la voglia di cinese che un draghetto dorato mi sputa fuori da un’insegna, e atterro sul pianeta ECG.
Mi ci voleva la prospettiva di un’(improbabile) anestesia per sbullonarmi dalle pareti di casa. Chissà perché mi sembra di aver sempre bisogno di una scusa.
E infine eccomi. Con un anticipo che m’invecchia, di chi non ha niente da fare. L’errore imperdonabile di non essermi portata un libro. E il numeretto in mano. Alla chiamata “231” mi trasporto, claudicante, alla scrivania della segretaria, allungo i piedi verso le sue Clark poco segretariali.
Attacco: “Sono qui per un ECG: Capra.”
Mi accorgo che, detta così, senza denunciare verbalmente la punteggiatura, potrebbe suonare piuttosto come: “Sono qui per un ECG, capra!”
La Signorina Clark sorride dagli occhiali, non ha accusato il colpo.
Mi guarda con benevolenza e attacca bottone: “Le serve per l’attività sportiva?”
Chiamiamola così.

Fonte: www.skyscrapercity.com

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