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I beffardi

La vita normale

Questa non la ricordavo. Lui ha sempre fatto la spesa, solo perché aveva una mascherina seria, l’aveva presa per i suoi tragitti in bici, estenuati dal traffico e dallo smog. Io stavo coi figli.
Lui andava in farmacia, lui cercava mascherine introvabili.

Stasera esco con le bambine, raccatto le ultime munizioni, sono mascherine rimaste da vecchi virus, usate poco, ristabilite intorno al naso. Bastano commissioni comuni, commissioni che avrebbero snobbato in tempi di pace: adesso è tutto attraente.

Lei è la prima che incontro, ciao come state? La domanda al plurale investe me e le mie bambine, lei e le sue. A ripensarci è un perfetto doppio schieramento. Improvviso la miglior meraviglia. Vittima anche io di quell’astinenza da dialoghi adulti, vittima anch’io di quell’attrattiva per le cose perdute,

sbaglio un sorriso che esubera sul rapporto e la simpatia di costei.

Comunque: «Bene». «Anche noi bene».

E vuoi non farle, due parole?

No.

Il tempo di saperlo e la mia bocca era già andata in disservizio: propagava verbi e affastellava le solite cose: il covid sta diventando un salva incroci. Quando becchi qualcuna e ti trovi a parlarci non devi più sparare le solite idiozie sul tempo. Della scuola, invece, di quella si parla sempre: se è aperta, perché qualcosa è troppo o troppo poco. Se è settembre, perché si torna a scuola. Se è giungo, perché finisce. Se è covid, perché non se ne parla. E così se ne parla agli incroci. Gli «incroci-da-covid» delle mamme.

Dice che è infattibile. Che non sa come fare, lavorare in casa con le bambine intorno è impossibile (ma non era educatrice in comunità?). Mi accodo, non so come durare fino a settembre.

Eh, ma io anche dopo, ben più che settembre…
Il motivo mi è sfuggito: sono rimasta imbrigliata in quel «io». Anche nel «eh», a dire il vero.

Le bambine stanno zitte. Le mie due, le sue due.

Riprende, protesta che sta saltando un’intera categoria.

In sliding doors avrei detto «ma no, è giusto che le mamme non lavorino, se hai fatto i figli te li tieni tu, d’altronde sono usciti dalla tua vagina». Sì, avrei dovuto. Spingere su un’eccentricità che forse mi avrebbe difesa.

Nell’incrocio covid, invece, ribatto che è vero, ma che non salta solo lei. Siamo rane tutte.
– Be’, io sono scrittrice e sto pubblicando un romanzo, lavoro anche io così, con l’aggravante che i lavori creativi non se li fila nessuno, non è previsto niente. – E già che attraversando la strada, lei con le sue due, io con le mie due, diceva che poi soldi non se ne vedono, i bonus non arrivano eccetera, osservo che per i creativi i bonus manco sono previsti.

E via dicendo.
Nel senso che, dicendo, sarei dovuta andarmene. Ma non l’ho fatto.

Guarda la piccola delle sue: – Noi dovevamo cominciare l’asilo. Pensare che «me» l’avevano anche presa.
– Noi dovevamo finirlo.
– Che poi adesso il 18 tutti tornano a lavorare, dove li mettiamo i figli?
– Be’, c’è chi è già tornato a lavorare. C’è chi ce l’ha già, questo problema…
– Comunque le scuole, fate qualcosa, ma apritele. Perché poi anche a settembre, non si sa…

Specifico che Isabelle non andrà «qui», andrà in una scuola esperienziale. Potrei raccontargliela, è decisamente un buon argomento, chiede dove, le dico dove. Mi dice «sì l’ho già sentita». Guarda le sue due. Dà una salvietta alla piccola.

Guardo la piccola. Guardo la salvietta.
Ma poi tutto senza sapere se e quanto i bambini siano contagiosi…
– No, hanno pochi sintomi ma sono contagiosi.
– Mah, guarda… io per il blog mi sono un po’ informata e a dire il vero non c’è evidenza, ho letto anche fonti straniere. O in ogni caso incidono poco.

– No: i bambini SONO contagiosi.

Siamo davanti al tabacchi. Lei con le sue, io con le mie.
– Ma già che non si sia mai parlato di bambini…
Dice che nella fase 1 era tranquilla, ma si aspettava molto dalla fase 2.
– Io già nella 1 ho trovato assurdo chiudere i bambini così. Sono uscita due sere, con la mascherina con scritto «Liberate i bambini».

No, noi stavamo bene, le mie stavano in cortile. Sono state bene.

Decido che può bastare.

Ciao. Ciao.

Saluto il ragazzo dei tabacchi. Sembra di ritrovare un vecchio amico. Come stai, non avete chiuso? No mai. E tu non sei andata via? Un mio amico ha passato tutto il tempo in Sardegna. No, noi eravamo in Val d’Aosta ma siamo tornati per rispetto. Tanto non potevi farteli, due passi nel bosco.

Passiamo in farmacia. Chiacchiero anche con Maurizio. C’è questo plexiglass. Ma tutto sommato faccio gesti normali. Sono io, tutta intera, m’incazzo per le mascherine obbligatorie ma non passibili di osservanza, che poi dovevano produrre quelle per bambini, che quelle che mi ha venduto la sua collega, di stoffa, stanno rigide che posso usarle da assorbenti. «Come tutto, in Italia. Regole e burocrazia, e poi ti devi arrangiare».

Compro il Polase. Un antistaminico per mio figlio.

Non c’è nessuno, solo il buttafuori, la mascherina scesa sotto il mento. Ma sì, amen.

Mi è rimasta addosso. Non la mascherina chirurgica: quella delle convenienze sociali. La libertà che non so darmi la chiedo alle figlie: – La prossima volta ditemi «mamma dai andiamo» quando incontro la M.

Troppo obbedienti, queste bambine. Ma di chi sono figlie? Un po’ di rivolta, no? E dai: un po’ di cagnara.

Molliamo il bottino, torniamo a cercare pozzanghere. Sul vialetto caliamo anche noi gli scudi.
Non c’è uno scheletro, a quest’ora, dio come mi manca di parlare. È stato bello, col tabaccaio.

– Ehi, Isabelle. Sai qual è la lezione di oggi? Non devono mica starti simpatici tutti.

 

[Photo by Goh Rhy Yan on Unsplash]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 2

    1. Post
      Author
      Maddalena

      Non ha senso, non c’è ragione per questo. Non capisco perché questa negazione: non credo più alle ragioni sanitarie alla base di questa ottusità. (Comunque il post era ironico per dire che fa parte del ritorno alla vita normale incontrare anche vecchie facce…)

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