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La sagra oltre la finestra

STORIA DI UNA NASCITA

 

IMG_5151_pe_wprnNon mi credevano.
“È il secondo figlio!” li inseguivo rivendicando credibilità.

Sono aggrappata alla portiera dell’auto. Accanto a me, a pochi metri, due ambulanze e qualche infermiere: osservano da un sabato qualsiasi il mio altrove assoluto.
Pioviggina. Non lo sento. Ho un maglione largo con me, non lo indosso nemmeno. La felpa grigia cala il suo cappuccio molle sulle scapole. Non sento niente.

Arrivò un infermiere, m’impose una sedia a rotelle e mi traghettò nella massa, dentro, oltre le porte di vetro. Vorrei andare direttamente in sala parto, non ho più dubbi, mi sono mangiata la cucina avanti e indietro, sono così insicura che anche sta volta ho temporeggiato. Un bagno in vasca, passa non passa, esco, aspetto, guardavo i minuti nella sveglia. E poi di colpo c’era mia madre alla porta: “Vai, vai!” Si è presa Patrick, chiuderà casa. Non ho nemmeno fatto in tempo a salutarlo. Appena tutto si diraderà, sarà il mio primo, urgente pensiero.
E poi di colpo sono davanti a un desk: “La prego, mi porti in sala parto!”, due mani avvinghiate al bracciolo. “C’è un protocollo da seguire, Signora. Deve salire prima in maternità.”

Il protocollo aveva la forma allungata di due corridoi infiniti: il primo, giunti di linoleum che mi trafiggono quando finalmente la carrozzella avanza, lasciando indietro quella sala d’attesa, lasciando indietro pazienti di mille altri mali e inquietudini. Pazienti che non soffrono quanto me, eppure con il dolore vuoto in grembo, mentre io procedo con la vita che grida.

Il secondo su, al piano della maternità. Mi hanno mollata come si lascia un libro sul comodino la sera. Al mio fianco, sedute e placide, altre madri: aspettano il monitoraggio oltre termine.
Mathias è andato a cercare qualcuno. Sono Sola. Con una S tanto grande da divorarmi.
Pensavo solo a due cose: a resistere, e che quelle giovani donne si sarebbero senz’altro spaventate dinanzi a un’anteprima in carne ed ossa di ciò che le attendeva.

La prima ostetrica che arriva ha i capelli biondi, un ombretto troppo azzurro su occhi invecchiati dall’età e dalla professione, mi invita ad accomodarmi nella stanzetta dei monitoraggi: “Venga, si sieda qui e aspetti.”
C’era una poltrona di pelle marrone, l’ho guardata brevemente, sapevo che non mi ci sarei mai seduta. Lo sapevamo, tu e io. E così imploro: “Non avete capito! Sta nascendo, devo spingere!”

La donna s’impietosisce, mi porta nello stanzino opposto, mi fa sdraiare.
“C’è già la testa! C’è già la testa!” ripete due volte.
Credo di averle risposto: “E io che vi avevo detto?” riuscendo a non smentire la mia natura spavalda nemmeno lì.
Allora mi hanno finalmente creduto.

Sai perché avevo fretta in quei giorni? Me lo ricordo ogni anno. Ogni, preciso week end di ottobre che ruota intorno a quel 16: perché c’era la sagra del quartiere.
La mia paura più grande era che tu volessi sceglierti proprio quella domenica: nessun’automobile sarebbe entrata o uscita da quell’area cintata. I miei non sarebbero facilmente arrivati a prendere tuo fratello, né io sarei riuscita a raggiungere l’ospedale. Ero terrorizzata. Avevamo un piano d’attacco, lasciare la macchina fuori dalla zona sabato sera, prenderla di domenica mattina, andare tutti dai nonni, al sicuro, e semmai fosse incominciato il travaglio avrei potuto muovermi di lì agevolmente. Ma avevo paura lo stesso. Una donna prossima al parto ha sempre paura. Soprattutto se si aggiungono sfide superflue, se altre carte del gioco sfuggono al controllo. Una donna che sta diventando madre ha bisogno di certezze, di punti saldi.

E noi li abbiamo fregati. Tutti quanti.

Chiamano giù in sala parto, e la lettiga corre. Corrono i neon appesi sul soffitto, sfilano le pareti dentro a un tempo immobile.
Nascere è il fermo immagine di un miracolo.

Alle 16.40 di quel sabato, con poche spinte efficaci e nessuna analgesia perché non ce n’è stato il tempo, sbucava la tua testa rossiccia. La vedo mentre sei ancora a metà, tra il tuo mondo e il nostro.
Ti afferro io, e tu mi segui. Vieni a nascere sulla mia pelle.

Domenica pioveva, righe sottili su un vetro troppo grande: spifferi di freddo su quel tavolino verde acqua color degli ospedali che abbiamo collocato in stanza per cambiarti. C’è vento, c’è buio. Là, a casa nostra, le vie sono chiuse, la sagra starà facendo il suo corso. È lontana. Lontano tutto, anche la paura.

Sono passata tante volte accanto a quell’ospedale, guardo su, tra fronde di alberi che inseguono stagioni: ora abbreviate dai giardinieri, ora snudate dall’inverno, ora rigonfie di estate. Localizzo dov’era, finestra più finestra meno, la nostra. Ne scelgo una, mi dico è quella. E ti faccio nascere ancora. Perché mentre cresci e scorri come la vita che intuivo là sotto, ho bisogno di ritrovare quel grande vetro, il mentre che azzerava tutto.

Anche quest’anno la sagra si ripete, addobbano le strade, riempiono il porfido di bancarelle e di voci. In giro hanno già messo i divieti, i segnali di rimozione forzata, e le botteghe si riempiranno di fiati e forestieri: per me la sagra è quella di allora, sfiorata col pensiero, mentre ti metto un pannolino pulito, davanti alla finestra.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 18

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      1. giomamma

        si…ogni gravidanza ed ogni parto mi hanno segnata profondamente….la storia della sagra mi ha fatto ricordare il parto di A…. la data presunta era prevista per il 5 di gennaio 2011…tutti mi prendevano in giro dicendomi” vedrai nascerà a Capodanno!”…io ero terrorizzata perché sapevo che avrei trovato in quel caso, il personale dell’ ospedale ridotto all’ osso, perché prevedevano neve e perché come dici tu una donna prossima al parto ha sempre paura…alla fine A. ha deciso di nascere proprio in quella notte sotto la luce dei fuochi d’ artificio….ed effettivamente nel reparto di maternità erano presenti una sola ostetrica, un giovanissimo ginecologo e una poveretta di infermiera … hanno avuto una notte estenuante di 7 parti continuativi….è andato tutto bene…non so come ma riesci a provocare in me un’ ondata di emozioni che mi travolge senza il minimo controllo…si erano lacrime dolcissime…grazie

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          Maddalena

          Sei una persona dolce, Gio, mi hai fatta sorridere. Sai che io sono nata il 25 dicembre (già che parliamo di coincidenze)? Sì, proprio la mattina di Natale. Però mia madre è una donna tutta d’un pezzo, francamente non credo si sia fatta tante paranoie, ero prevista per Capodanno, sono arrivata comunque in piene feste… Grazie a te, bacio!

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      Maddalena

      Ciao Stefania, grazie per la lettura e i complimenti. In effetti, di 3 parti, questo di Sarah è stato il più fluido e felice, l’ho vissuto benissimo, le parole sono proprio solo piccoli segni di quel giorno pazzesco.

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      Maddalena

      Un favoloso lunedì, grazie Marina, è un modo fantastico e dolce di cominciare la settimana: felice che il mio pezzo ti sia piaciuto tanto 🙂

  1. eleonoramayo92

    Leggendo queste parole, sono rimasta colpita dalla tua rara capacità di introspezione e attenzione ai dettagli. Grazie a questo, sono riuscita a percepire le tue sensazioni, nonostante le mie, durante l’avventura del parto, siano state diverse. Credo di essere stata una di quelle giovani mamme, come dici tu, che assistevano all’anteprima di quella che sarebbe stata la futura carneficina. In tutta sincerità ho un brutto ricordo del parto, fino a quando, dopo dodici ore, non è spuntato il mio Tommaso. Ho subìto un’induzione, visto che la data presunta era scaduta da nove giorni, senza alcuna anestesia. Ricordo bene il volto pallido e scioccato di mio marito, che dice di aver sofferto insieme a me. Dopo tutto, bisogna attraversare un tunnel oscuro per vedere finalmente la luce. Ed ora stringo tra le braccia questa luce da più di un anno.
    Grazie per le emozioni che hai suscitato in me, un abbraccio.
    Eleonora

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      Maddalena

      “Carneficina” l’hai chiamata…Povera te, ma come possono indurre un parto senza offrire la Santa Analgesia? Io son riuscita ad averla solo al terzo parto, i primi 2 sono stati rapidi. Ma in ogni caso so che l’induzione porta delle doglie ancora più insopportabili di quelle naturali (sembra impossibile ma, si sa, non c’è mai limite al peggio). Giovane come sei magari farai un altro bimbo, e ti auguro tantissimo di vivere quel parto in modo migliore. Intanto so e immagino che Tommaso ti abbia ampiamente ripagato delle fatiche che hai dovuto sopportare. Grazie mille per le tue parole! A presto!

  2. italiaconibimbiLuisa

    Leggerti è sempre emozionante e riesci a farci immedesimare nel tuo vissuto anche se è in parte diverso dal nostro. Il mio secondo figlio è nato all’alba del ferragosto. Ricordo anch’io la paura in autostrada in piena notte per il traffico disordinato dei ragazzi inesperti alla guida. Lo sconcerto quando all’ospedale della mia regione, dove ero seguita, il medico di guardia mi ha messo alla porta perché il personale era ridotto per le ferie e secondo lui avevo ancora tempo. In realtà io sapevo di non averne e appena arrivata all’ospedale della mia città 50 minuti dopo, mi dissero che avevo rischiato di farlo nascere in un autogrill…

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      Maddalena

      Ma scherzi? Mi hai fatto venire i brividi! Ferragosto…capisco la tua paura, ma perché i medici non danno retta alle partorienti??? Grazie mille, saper di aver dato qualche emozione a chi legge mi riempie di gioia.

  3. Silvia

    Ciao Maddalena,
    finalmente mollo un po’ il mio blog neonato, i miei pasticci informatici e i fiumi di tutorial per capire qualcosa del nuovo mondo in cui mi sono da poco infilata. I bimbi sono a letto e ti leggo come si deve.
    Ne è valsa la pena: scrivi in modo poetico, emozionale, dolcissimo.
    Anche il tuo parto a quanto pare è stato piuttosto emozionante, a dir poco! Io, per il mio, ringrazio l’incazzatura di Amore che ha chiuso il medico nello stanzino, se no avrei probabilmente partorito in ambulanza. Ma Amore dev’essere stato… mh… persuasivo.
    Hai letto di me uno dei post “seri”, quelli che escono dall’anima. Spero che leggerai, quando avrai tempo, quelli fortemente cretini, che mi danno l’ironia che mi serve per affrontare la vita.
    Ne ho qualcuno sui cartoni animati di dubbia validità formativa che guardavamo noi da piccole! Esempio, se vuoi: http://sognavocarriebradshaw.com/oggi-mamma-ieri-teenager-candy-candy/
    Chiaramente non funzionerà il link, come minimo, ma col tempo imparerò a gestire tutto questo grande casino virtuale!
    Grazie per il tuo benvenuto in questo curioso universo di pixel, a presto!
    Silvia

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      Maddalena Capra Lebout

      Ciao Silvia!Francamente per essere una novellina come dici te la cavi bene: ti faccio la pagellina? Allora, sito molto bello (avrai visto anche tu che in giro c’è di tutto: io ho mio marito che mi aiuta, tu a chi ti affidi? Il risultato è decisamente gradevole!). Link: perfettamente funzionante! 🙂 Ma non vorrei sembrare la grande esperta della situazione: il mio blog ha tre anni, i contenuti si sono ampliati nel tempo… il pubblico un po’ meno! Adesso vado a trafficare sul tuo sito anch’io. Quanto all’ironia, sul mio blog molti post sono “ad alto contenuto emotivo”, altri ironico-sarcastici, insomma sono specchio di quello che sono io: molto emotiva, goffa talvolta, ironica, un po’ grezza. Grazie di cuore per la tua visita e per il tempo che mi hai voluto dedicare con cura. A presto.

  4. Silvia

    Ciao Maddalena!
    Rieccomi qui da te. Io ti ringrazio molto per i tuoi complimenti e il tuo incoraggiamento, ma sto facendo una fatica nera con queste faccende tecniche. Non ho nessuno che mi aiuta, faccio da sola: leggo tutorial, faccio domande su siti di esperti e pasticcio fino all’esaurimento nervoso. Cmq da qualche parte bisogna pur iniziare, pian piano capirò qualcosa in più!
    Tra i tuoi post ironico-sarcastici indicami uno dei tuoi preferiti, così vado a leggere.
    A presto, ora ti leggo un po’.
    S

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