Maternità

La notte è magica – Parte 2

E così, anche in un luogo ameno, in vacanza, senza ipotetici stress, senza sveglia, senza fretta, prima o poi doveva capitare: non solo il risveglio a ripetizione cui ormai mi sono abituata, ma la nottataccia che al momento ti chiedi se sia vero che è poi così affascinante.
Sarà stato il pollo con l’uva che mi ha preparato lui, uno dei pochi cibi per cui ancora nutro una certa attrazione simile alle voglie e alle glorie delle prime settimane. Saranno quei quattro biscottini Mulino Bianco nelle due dita di latte. O gli ettolitri di gas che hanno ridotto la mia pancia a una sorta di gonfiabile come quelli che ci sono a Dolonne e che i figli reclamano a scadenze regolari. A mezzanotte spegniamo la luce. All’una una pancia tonda con una donnina intorno si rigira senza tregua: i polmoni sono strizzati dalle anse del colon che viene da chiedersi se ne sia cresciuta qualcuna in più nelle ultime ore o se ho un acino d’uva conficcato in ognuna di esse. All’una e venticinque la pancia si risolve a estrarmi dal letto. Me ne faccio una ragione: non sto così male da star male. Ma non sto abbastanza bene da poter dormire. Perciò me ne scendo di sotto e mi passo un po’ di tempo con me. Eccolo lì, il desiderio-bambino, il berrettino da notte, al fondo del letto, me lo immagino: un desiderio cucciolo, che ammorbidisce quel mal di pancia, quello stomaco pieno. Non è poi così male essere sveglia: vado a prendermi questo tempo, non me lo tengo addosso a stracciarmi invano le lenzuola.
E così sgattaiolo fuori dalla stanza, ho infilato le braghe lunghe, i calzettoni. In casa di notte fanno venti gradi scarsi. Scendo le scale, mi avvio di sotto, verso il grande salone che sembra il Titanic affondato nel buio. Eccola lì, la notte: aggrappata ai pendoli spenti che hanno sagome sinuose e incombenti, adagiata sulle spalliere alte delle poltrone a quadri che di giorno ridono sotto i bambini. Dondola sui grandi lampadari bianchi che non han colore, appesi, così, come campane silenziose, sul tavolo lunghissimo di milioni di cene. Il tavolo muto che dorme senza piatti, la tovaglia e i papaveri cerati pronti per domani. La sola luce arriva dalla strada, dal cielo sereno di stelle lontane e senza luna, dal faro alto del rifugio Torino e della Punta Helbronner. Ho un sussulto di leggero imbarazzo, forse perché è la mia notte ma non è la mia casa. Si crea un’intimità strana, nuda, come ho detto, quando da sola stai a mollo nelle ore inconsuete, quelle al contrario degli altri, quelle che pensi a quel pezzo di mondo, eppure, che ora galleggia nel giorno, oppure a quelli che, in pari oscurità, riempiono le corsie degli ospedali , le strade, certi luoghi e lavori, le madri alzate coi piccoli, gli anziani che non stanno bene, quelli che non stanno bene anche se non sono anziani, quelli… che in fondo il mondo respira anche in queste ore, e forse è suo il suono che sento, forse è questo che mi piace di questo tempo insolito. Ma bisogna che sia rubato, preso di nascosto, non organizzato, e libero.
I miei dormono di sopra, li immagino sentirmi, mio padre scende, mi vede: “Cosa fai?”. “Non sto bene, torna a letto, niente di grave.” Basterebbe questo, e l’incanto s’infrangerebbe, come un’esile tela di ragno. Perché ci vuole un passo cauto, ci vuole la premura intesa come cura – e non come urgenza – la timidezza, il pudore dinanzi al sacro del silenzio che abita le cose di sempre, me inclusa. Sarà per gli oggetti che non mi appartengono, miei nei ricordi di tante infanzie, ma non di appartenenza. Sarà questa casa non mia. C’è un pudore velato, poi mi vinco, guadagno la cucina: è mia la casa, la notte, lo spazio, mia adesso e più che mai. Se c’è un momento che è mia è adesso. La luce mi riporta le cose, mi preparo una granita al limone, poi ripongo tutto, non lascio traccia, mi sposto in salone, richiamo le due lampade grandi, quelle del tavolo dei papaveri, mi prendo anche il soggiorno. Mi sembra un furto sottile e delizioso, questo possesso innocente e privato. Mi metto comoda: non ho fretta di tornare di sopra, di stare bene abbastanza, di rimettermi a cercare il sonno senza trovarlo.
Alla tv, tra donne nude e cazzate notturne, trovo un programma francese su donne incinte: è mio. Il titolo recita: “Ho deciso di partorire nel mio salotto”. Mi aspetto le solite naturiste che sostengono il parto in casa. Che io non prediligo, come idea, per mille ragioni. Invece trattasi di donne che, convinte della naturalità – questo sì – del parto e della maternità, si credono anche delle wonder-woman in grado di gestire il tutto da sole (travaglio, parto, cordone ombelicale, secondamento, cure neonatali e anche quelle prenatali, per dirla tutta), senza la presenza nemmeno di un’ostetrica. La più sgamata di loro, una reduce da un parto precedente nel quale, a detta sua, i medici erano stati troppo interventisti, sospetta di avere una placenta previa, ma non può davvero saperlo perché non si è sottoposta ad alcuna ecografia o indagine prenatale. Ogni tanto si reca in farmacia, si prende da sola la pressione: “Sì, è un po’ alta, ma va ancora bene” commenta. E tutta contenta se ne esce a bordo della sua panciuta maglia a righe bianche e rosse e se ne torna a casa. Si ausculta da sola, questo sì, ed è così che sostiene di avere intuito che la placenta è previa, perché pulsa nella parte sbagliata della pancia. Convinta lei. Per rassicurarsi contro il rischio di emorragie e complicazioni, ha ben pensato di risolvere con un corso accelerato in pronto soccorso presso la croce rossa della zona. Un’ostetrica a domicilio le illustra in quali casi dovrà correre in ospedale: se il bambino è grigio, se il bambino è bianco. Se è blu va ancora bene. Meglio se rosso. “E se non respira quanto tempo ho per andarci?” domanda la mamma a righe. “Venti minuti?”
Ma dove stai? Sei solo naturista, fanatica e decisamente incosciente, o anche pericolosamente cretina?
L’anziana ostetrica non si scompone: “Cinque. Meglio meno.”
“Ah, bene” sembra sollevata la piccola Alice nel Paese delle Meraviglie, “l’ospedale è a cinque minuti da qui.”
Tempi di attesa, imprevisti, accettazione al pronto soccorso…: calcoli inutili?
La più bella era una che ha deciso di partorire in una baia di un’isola britannica non so più dove. Estatico.
Io ho avuto parti bellissimi, l’emozione di questi eventi, soprattutto se andati bene e senza complicazioni, non ha ancora una lingua che possa descriverli se non quella muta del piccolo che essi hanno portato. Potrei scrivere un libro intero su ognuno dei parti che ho fatto e, spero, su quello che mi attende. Essendo incinta sono anche emotiva, vulnerabile, suscettibile. Ormonalmente ed empaticamente aperta a ogni genere di narrazione su nascite e parti. Idealmente potrei anche ammettere che questa dell’autonomia e dell’intimità assoluta della madre e del bambino è un’idea incredibile, bella, se vuoi. Ma sta nel posto sbagliato: nel cuore, dove stanno gli ideali, le utopie, i sogni. Le idee, quelle vere, devono scendere di livello, venire a patti col reale. Mio padre diceva sempre (è ancora vivo ma ora non lo dice più perché ormai sono sposata): “Al cuore non si comanda ma è pur vero che al cuore si disobbedisce”, che voleva dire non tanto “si può disobbedire”, quanto, piuttosto, un minaccioso “si deve”. Per una volta, alle due e venticinque del mattino, alla veneranda età di quarant’anni suonati, sola in braccio a una notte originale – diciamo così – mi sono ritrovata a sorridere e dargli ragione.
Finito il programma ho spento la tv prima di essere sommersa da altre truppe di donnine in biancheria di pizzo e numeri hot, e sono risalita in camera. “Chi è?” mi domanda mio marito aspettandosi un figlio che entra di soppiatto.
Gli ho detto del mio malessere e pure di quelle donne folli: alla fine dopo due ore e mezzo di silenzio non potevo mica stare ancora zitta.

Qualcosa di nuovo?
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