La leggenda dell’oggetto transizionale

P1070954_wpr“Ma che carino! Davvero, grazie!”
Sospiri, sorridi, un occhio spiana il pupazzetto che hai appena scartato per tuo figlio, poi si posa su quelli del donatore e infine cerca, supplicante, la gioia del bebè.
Ebbene sì: ti hanno regalato il centoundicesimo peluche per il tuo bambino.
Forse sono informatissimi sulla (possibile) valenza psicologica di un oggetto morbido che lo accompagni nei suoi riposini, nel buio della notte, in quella gabbia di letto che hai voglia a fargli credere amabile, nei suoi progressi, nei momenti difficili: una visita medica, la mamma che si allontana e così via. Sanno, per dirla in termini più forbiti, che i piccoli hanno bisogno di un oggetto transizionale. Che sia punto di riferimento su cui riversare la loro fragile e prorompente emotività in caso di mancanza d’altro (altro = mamma). E sotto sotto desiderano che il pargolo elegga proprio il loro.
Forse, invece, a mollo nella più deliziosa e incontaminata delle ingenuità, regalano pupazzi perché piacciono a loro. Chi non l’ha mai fatto?
“Era troppo bello, non potevo non prenderlo…”
E certo, perché il gufo blu era così dolce e particolare che non lo si poteva lasciare là dove stava, in mezzo a tanti suoi simili, giraffe verdi, conigli fucsia e papere col becco di ciniglia. E non importa se c’ha un ciuffo che si sfila appena lo porti alla bocca, o gli occhietti appiccicati con un velo di colla o qualsivoglia rischio di ingestione di parti minuscole. Era irresistibile.
E così il gufo si passa i primi dieci minuti accanto a noi, la prima notte col pupetto, e poi, al terzo salto fuori dal letto, capisci che anche sta volta non se ne farà niente, che a lui (o lei) proprio non gliene può fregà-de-meno, e lo annidi insieme ad altre decine di suoi simili e a miliardi di acari su quella mensolina che scioccamente avevi comprato minuta, ad affollarla come una imbarcazione di profughi che non arriveranno mai alla terra promessa. Destinato a restare imbalsamato nel tempo.
Non so agli altri, ma a noi va così: un figlio dopo l’altro, mai che si sia riusciti a farli affezionare a un peluche.
“Meglio!” osserva quasi compiaciuta la signorotta che mi ritrovo in cassa al primo tentativo, molti anni fa, di comprare io stessa un doudou (questo il nome francese) a Patrick. “Vuol dire che non ne ha bisogno”. Parola di educatrice, si scoprì poi nelle due chiacchiere spese in attesa del nostro turno.
E il vantaggio sarebbe?
Abbiamo provato di tutto, anche con Sarah. E adesso con Isabelle: una pecorella, una bambolina di pezza, un fazzoletto, una maglia di mamma, un pupazzetto da succhiare. E poi c’è l’intramontabile carillon: l’apetta che se le tiri il favo del miele ti sputa fuori la solita nenia di Brahms. Ecco, quella io gliela suono con grande fiducia e un sorriso che mi ripaga per gli altri mille che attendono esanimi. Salvo poi vedermi tornare Mathias dopo un rituale di messa a letto a dir poco fulmineo: “Ma gliel’hai messa, l’apetta?”
“No, ho solo cantato.”
Nell’attesa che la fase transizionale passi (intorno ai 3, 4 anni?) le cose mi sono piuttosto chiare: l’oggetto transizionale, in caso di bisogno, sono io. Non duplicabile. Semmai più o meno goffamente sostituibile dal papà. Caldi, morbidi e senza chocking hazard.

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