I beffardi

La collaboratrice domestica

Lo Stato dovrebbe dotare le donne incinte di una donna delle pulizie. Almeno le pluripare. Lei si riposa, il marito bada ai figli già “in essere”, la casa resta incurata: l’equazione non torna. Basterebbe poco, un pacchetto ore pari al numero di figli: due ore a settimana per il secondo, tre per il terzo, e così via.
Noi le pulizie le abbiamo sempre fatte da soli, con tempi e ritmi variabili: un’ora scarsa nella casa da sposini, un’ora abbondante quando è arrivato Patrick. Due ore almeno, quando siamo venuti in questa casa, nella triste e infelice concomitanza con la mia seconda gravidanza e la fase di crescita del primo, assolutamente reticente a qualsiasi cartone animato alla tv (incredibile ma vero). Perché se i figli non sono ancora in “fase tv” o, meglio ancora, in “fase camera per conto mio” (a questa ci stiamo lavorando, ma la durata non basterebbe a coprire i tempi di pulizia di un lavello), i tempi da destinare alle faccende domestiche si allungano, per non dire moltiplicano, causa interruzioni, doppi turni, doppio lavoro: baby-sitting e domestica. Senza contare quei ritmi rallentati, ai limiti con la flemma flebitica, che caratterizzano la gestazione: senza accorgerti qualsiasi cosa fai ci metti almeno il 50% del tempo in più di prima.
Io ci ho provato, a trovare una donna, una “collaboratrice domestica”. Per sei mesi almeno. Senza successo. Peruviane, russe, rumene, filippine, italiane (se italiane erano davvero). Niente da fare. Il primo tentativo era siglato Groupon, un buono per dieci ore di pulizie con una ditta specializzata. Chiamai numerose volte, finché, trovata la linea, mi dissero che erano pieni per quattro mesi. Fissai per il quinto mese (sembra che parli anche qui di gravidanza ma in effetti è stato un parto, tra l’altro infruttuoso). Il giorno dell’appuntamento nessuno si palesò. Telefonai, mi dissero che non sapevano, che mi fissavano un altro appuntamento. Ci volli credere. Sbagliai. Altro giorno, altra attesa, altro pacco.
Mi feci rimborsare e decisi di fare da me. Annunci su Secondamano, cartoncini appesi fuori dai supermercati, perfino aziende serie e multiservizi che offrono pacchetti di prestazioni intercambiabili (tipo che compri dieci ore e poi te le giochi tra babysitter, giardiniere, domestica etc). I primi, nonostante le mie suppliche di mantenere la correttezza sufficiente per una chiamata in caso di cancellazione, non si palesarono e, inutile dirlo, non chiamarono per avvisarmi. Né risposero alle mie chiamate. Fece così la prima, la seconda, la terza. Non volevo crederci. La ditta multifunzione, invece, prese accordi per tutto, salvo richiamare (loro almeno chiamarono) la mattina stessa dell’appuntamento per dirmi: “Signora, scusi, ma non serviamo quella zona di Milano.”
Dov’è la gente che prega pur di tirar su due euro?
E così ci abbiamo rinunciato. Non è cosa.
Allora, nell’attesa che il SSN, lo Stato, o qualsiasi organo pubblico, abbia lo slancio emotivo e finanziario per un’iniziativa di questo tipo, non mi resta che affidarmi al maggiordomo: mio marito. E se, pressato dallo stress o dall’ansia da prestazione (le cose le fa, ma mai bene quanto le farei io) lo sento protestare “aspetta, ho anche i bambini, da guardare!”, mi limito a ribattere: “Io mi sto già occupando del terzo a tempo pieno.”

Qualcosa di nuovo?
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