Intermezzi

Il tempo delle consegne

Il tempo ha ricominciato.

– Che fai?
– Semino.
– Cosa?
– Giorni.

Lo credevo in qualche campo assolato del sud. Va’ che qui cresce ben poco, rimarrai deluso.

– E chi te lo dice? Chi sei?
– Sono la padrona di questo campo, Signore.

Non lo sa. Lui va dove lo chiamano. Passa per le consegne. Un’ora lenta alle madri che hanno appena partorito, una ancora più lenta a quegli anziani che centellinano la vita come vino al fondo di un calice, e fanno brevi passi consumati dall’impazienza di chi hanno dietro, scusi permesso. E poi ore rapaci agli amanti. Di qualsiasi genere: quelli che si amano tra loro, e quelli che amano follemente qualcosa.

– Cosa mi metti, lì sotto?
– Ore lente.
– Perché?
– È scritto qui, sulla bolla di consegna.
Si tira su, allunga un braccio vigoroso: “GIORNI-DI-ORE-LENTE.”

Quindi sono infelice. È questo, che vuoi dirmi.
– Non lo so, Signora. Io distribuisco e basta.
Le ore sono lente quando ti annoi, quando sei scomodo. Oppure infelice.
– Signora, le ripeto, io sono solo l’addetto alle consegne. Prendo i miei semi, li porto a destinazione, li ficco nella terra.

– E poi chi li cura?
– A quello deve pensarci lei, Signora.
– E come?
– Mi ha detto che il podere è suo, no? Be’, anche il potere.

Chiude il suo piccolo cumulo di terra.
– Ci metta dell’acqua. Gli ultimi sono seccati tutti, lo vede?
– Per forza, non piove.
– Si procuri una pompa dell’acqua.

Si accovaccia più a destra: – E questi? Questi sono marciti, Signora.
– E come hanno fatto, scusa, se non ho acqua?
– Ci avrà pianto su.

Si passa le mani sulle braghe. Il polso sulla fronte.
– Ho finito.
– Ah.

Ho le braccia conserte, pigre.
– Ok. Arrivederci.

Lo guardo avviarsi, procedere a morsi sicuri verso la strada. Monta sulla sua camionetta. Dal finestrino abbassato lancia un braccio a salutarmi.

– Ci metta il giusto: di acqua e di sole. E ne approfitti: le ore lente sono le più facili, da coltivare. Quelle che crescono meglio.

Qualcosa di nuovo?
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