Maternità

Il tempo degli elogi

IMG_5099_wÈ passato il tempo che gli dicevo bravo per ogni cosa. Una scarpa al contrario, la sciarpa storta. La zip che non vuole salire.
Ci si accovaccia, come conviene, si aiuta il figlio, si accorre, a volte, prima che nasca lo stridere di un lamento, o esploda il pianto, la frustrazione di non essere capace, la grande disfatta di un bottone che sfugge l’asola.
“Va bene, ti aiuto io, hai fatto giusto, manca solo poco così…”
Sorridere, sorridere, schiarire la pelle, recitare anche un po’, davanti allo sgorbio di un disegno, inghiottire il dissapore di una sua disobbedienza, la notte che per tre volte gli si è rovesciata a terra la bottiglietta d’acqua dal comodino accanto. Tralasciare quello che stavi facendo, stringere il tuo “aspetta un attimo”, dire “arrivo!” e sorridere ancora per lodare una sua impresa.
Quando è? O quando è stato? Qual è il tempo di dire a tuo figlio: “Non è bello, prova a rifarlo”?
L’abbiamo corretto, quando sbagliava. Sgridato, educato, ripreso, punito, quando disobbediva a regole che riteniamo importanti. Però i suoi piccoli sforzi, i suoi lavoretti creativi, i tentativi di imitarci e fare da solo, lo slancio di apprendere, quelli li abbiamo elogiati, sempre, senza ritegno né attenuanti. Abbiamo visto un bicchiere mezzo pieno dove c’era una sola, timida goccia sul fondo. Uno scultore esperto in una palla sbilenca di plastilina. Una rockstar in un canto insopportabilmente stonato.
Solo che adesso, in questa folla davanti ai cancelli di scuola, in questa moltitudine che ammassa teste anonime, tra mille teste la sua, cercare chiedere attendere, mio figlio è un piccolo uomo nel mondo. Un nome che si porta a spasso un cognome, una cartella, un quaderno. Un quaderno di esercizi con un voto in rosso, un colore. Le pagine sfilano i loro bravissimo, noi sorridiamo ancora, sorride lui, che sa: non hanno tutti la stessa scritta, è stato bravo, davvero, si gloria col suo labbro che sale a mezza strada tra i piccoli denti e le guance pallide. Ma si comincia a vedere, che il mondo chiama. Il mondo chiede, il mondo giudica. Comincia a intuirlo, anche lui, abbassa il viso, un pomeriggio, mentre sul marciapiede – al posto del solito niente che mi consegna quando gli chiedo com’è andata a scuola – , prende parola di suo, confessa timido: “Teresa ha detto che non gli piace come ho colorato il disegno, oggi.”
È finito il tempo che lo proteggevi a oltranza, gli sagomavi addosso l’autostima, pensavi di potere tutto, come madre, sollevarlo sempre. Ora mi tocca un passo più ardito, crescere anch’io: lodare l’impegno, e, pure, osservare il vero.
“Patrick, prova di nuovo. È un po’ storta, quella A.”
È troppo confuso quel disegno, è sbagliato quel conto.
Non è comunque bello, sempre bello. Non va sempre bene. Se non lo dico io, glielo diranno le maestre.
È cominciata la vita adulta, in qualche modo: una vita in cui ci si mette alla prova, ci si misura col dovere, si è valutati.
È cominciata la parte in cui una madre è chiamata a indietreggiare d’un passo, il primo grande passo: accettare che suo figlio sappia che non è dio e abbia paura di mostrare i suoi limiti. Insegnargli che le buone intenzioni contano, ma anche il risultato. Che questa ansia sottile di far male, ci sarà sempre, da qualche parte, manifesta o in agguato. Bisogna solo addomesticarla. E poi saltarci dentro, come una sfida. Che è una pozzanghera che infanga e schizza, a volte. Ma non ingoia.

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