IntermezziMaternità

Il ragazzino

Con quella cosa lì, di tuffarsi senza peso nelle braccia di suo padre, io non l’avevo mai visto.

Lo vedi che s’impunta, Patrick, che le mani le usa per remare controcorrente, quella prodotta dalla coppia di sorelle, lui striscia fa il serpente inficiando i loro giochi, le dighe di libri erette a casupola. Poi si prende Isabelle con la scusa di fare il leone, la tigre, lei saltella su quella corda nodosa delle sue vertebre, poi dopo qualche caduta cerca asilo sulle mie gambe.

È sempre dura restare indietro, essere quello che deve ritagliarsi un varco, che nell’irritazione di poche parole “dai, Isa, sono la tiiigree!”, insistendo, malamente accomoda una delusione, un’implorazione.

L’ho capito, lui a volte mi si accosta, “Mamma perché io e te siamo uguali?”
“Perché sei mio figlio, amore mio”, gli assegno una risposta che ha più amore che logica.

Diventa difficile ricordare che c’è un ragazzetto dentro quel bambino in disuso. Che certe sue angherie hanno mille ragioni e, ancor più, milioni di amori. A modo suo.

Alle sue prepotenze, ai tentativi goffi di riscattarsi, di esistere, altrettanto malamente rispondiamo in balìa di quella incertezza di un genitore che allora s’affida a toni aspri, li alza, s’impettisce.

Quando ci arriva addosso, di solito ha mani appuntite a rivalsa, la rivoltella delle rivendicazioni.

Con quella cosa qui, di tuffarsi senza più argini e illuminarsi tutto quanto, ché anche i capelli schiariscono, io non l’avevo più visto. Il sorriso aveva dentro l’orgoglio e il protagonismo, sentirsi speciale e unico, ricuciva in un solo, semplice, pezzo di carta stampato, una fiducia intera.

Ha fatto bene, ha fatto proprio bene, Mathias, a comperargli il primo biglietto della sua vita per andare allo stadio.

Qualcosa di nuovo?
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