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Maternità

Il permesso di vivere

QUESTO È QUELLO CHE INSEGNIAMO AI FIGLI

 

Volevo raccontarvi di una madre e una figlia, una cucina, un pianto. Insieme.

C’era un messaggio, ce n’erano tanti su WhatsApp in questi giorni. A momenti oltre i cento. Uno era il video di saluto delle maestre, un omaggio a questi bimbi recisi, a quest’anno rubato.

E, vedi, io non è che discuta sul virus. Non discuto dei morti. Non discuto della fortuna esasperata che ho a potermi lamentare di quattro gadget rimasti a scuola, di una classe divelta, di bambini nervosi, di quella sezione gialla mai più vista. Qualcuno seguirà l’istinto di sopravvivenza e griderà, come da inizio pandemia fu: «Pensa allora a chi…»

Ma io non posso farlo. Di pensare. Allora. A chi.

Perché per il mio istinto di sopravvivenza, che è diverso dal tuo, e soprattutto per il mio istinto di esperienza e per i miei valori,

la morte di nessuno può cancellare la civiltà di tutti. E sebbene io sappia che le prospettive cambiano quando è un tuo caro quello nella bara, allora l’intero mondo si fermi per un malato di cancro perché tutto il resto svanisce.

E voi ambientalisti, voi ricercatori di graffiti preistorici, voi che difendete la lince pardina in estinzione, voi che rompete il cazzo col riscaldamento globale.
Voi tutti: tutti. Ognuno. Smettete di dire la vostra e deponete le armi delle vostre battaglie. Perché ci sarà SEMPRE qualcuno che ha più ragione di voi per combattere.

Così in quel messaggio un video per tutti i bambini della materna. Ma chi troppo vuole nulla stringe. Hanno voluto che fosse per tutti e, forse, non è stato davvero per nessuno.

Isabelle lo guarda muta.

Disegni di bambini di tutte le classi.
Foto di gruppi abbastanza lontani da non riconoscere nessuno.
Foto più ravvicinate coi musi sfracellati dai pixel della privacy.
Fiori del giardino dell’asilo, rubati alla quarantena da qualche impavido. Oppure sottratti agli archivi.

Per quanto fosse un delizioso video fatto con amore, l’amore si ferma. Si ferma mia figlia.

Siamo a tavola e io le vedo in volto un sasso. So che deve dire e non dice, che è tutto lì, pronto, che basta farle spazio.

La porto in cucina e non so come farla parlare. Ripenso al «Percorso di crescita», quel documento che ovviamente abbiamo ricevuto via mail dalle maestre e che varrebbe a traccia per il passaggio alle primarie: è scritto che Isabelle ha un ottimo sviluppo ma non si apre facilmente, non dice quello che sente.

«Isabelle, sei triste? Sei arrabbiata? Non ti è piaciuto? Puoi dirmi se hai qualcosa, ma se non c’è nulla va benissimo».
E poi sto zitta. Zitta. E aspetto.

E alla fine si apre mentre il viso è chiuso e buio. Prende ossigeno e attacca con un piglio offeso, un fiato ripido: che non si vedevano i suoi amici, non si vedeva nessuno che conosceva, non c’era un suo disegno, né la sua amata classe gialla. E però. E poi.

«E poi anche i fiori: non era dove stavamo noi quando stavamo in giardino».

Non era dove loro stavano in giardino. Non quel punto esatto, non quella nuvola d’ombre dove aspettavano alle due.

Avrebbe voluto vedere tutto. Il salone, i visi, la classe, gli oggetti con cui è cresciuta per due anni e mezzo.

Perché è tutto quello che resta, quel video. Di un edificio e un’esperienza che non riavrà mai più.

«Amore, sei triste perché ti manca?»

Lei non lo sa. Se è per quello. Per cosa. Ma è triste.
«Se ti manca è normale. A me manca tanto quando ti portavo, sai?»

Un secondo dopo stavamo piangendo insieme.

Ho chiuso la porta. Che nessuno entrasse.

Non avevo mai visto né sentito mia figlia piangere così dimessa, piano, amara. L’ho abbracciata e ho capito che quello era il dolore che è rimasto da marzo, sotto le rappresaglie, sotto quelle fughe rabbiose, quelle volte che si andava a ficcare tra le gambe del mio scrittoio in attesa che la salvassi. E io lo capivo entrando, da quella sedia spostata per farsi spazio in quella cuccia. Quelle che era troppo suscettibile e disobbediente e se la redarguivo replicava: «Non riesco», con rammarico, impotente.

«Te lo ricordi quando dicevi che non riesci a smettere gli urli e il nervoso? Quando uno è tanto irritabile è perché soffre. Era questo dolore qui, amore mio». Le metto due dita tra le costole, picchietto piano come un uccellino che becca.

L’ho tenuta stretta per minuti che erano amari e intanto dolci. Secoli di maternità.

Le ho chiesto «stai meglio? Andiamo di là, adesso?» ma lei ha scosso la testa. È rimasta addosso alla mia maglia, immersa e immensa.

 

Al centro estivo del suo asilo non siamo riuscite a iscriverla.
Il sistema ci ha dato error. Abbiamo riprovato ma senza successo. È tutto il «Sistema», che dà «error».

Abbiamo mandato una mail ma tanto danno precedenza a chi ha entrambi i genitori che lavorano. Meglio se non smart working. Saremmo o saremo gli ultimi. Giustamente, se la pensi come soluzione per genitori. Ingiustamente, se la guardi dalla prospettiva dei figli. Delle Isabelle che piangono in cucina nel mezzo di una sera, perché tutto è lontano, perché quello che si poteva, in quelle foto bramate, invece non è stato. Ma soprattutto perché quel video è la molla ignara che scoperchia.

I nostri oggetti non si sa se potremo prenderli. Hanno sparato una data. Un quarto d’ora di tempo nel quale una maestra porterà le cose fuori dall’edificio, dal cortile, dal cancello e attraversata la strada si farà trovare nel parchetto urbano. In virtù di non so quale contaminazione e terroristica cautela di un edificio intonso da quattro mesi e che sarà aperto al suddetto centro estivo dal giorno seguente. Se manchi la data, non potrai recuperare i tuoi effetti fino a settembre. In ogni caso lavoretti e disegni saranno restituiti solo allora.

Le maestre non hanno più visto nessuno perché la dirigente glielo ha vietato. Hanno pensato che adesso che il loro anno lavorativo finisce col mese, possono vedere almeno i remigini il mese prossimo, senza così contravvenire. Peccato che poi specifichino: «Chiederemo alla dirigente se così è permesso».

Sarebbe come se chiedessi le ferie e poi tornassi dal boss a domandare: «Santorini o Alto Adige? Posso?»
La benedizione, l’assoluzione.

Questo è quello che insegniamo.

Quando torniamo in sala Patrick e Sarah sono davanti alla TV. Gira il telegiornale, questo vertice per stabilire i protocolli di riapertura di una scuola dove il massimo, orgasmico progresso sarà di sparpagliare banchi per il corridoio o fare doppi turni. In sette mesi a nessuno che sia venuta voglia di un’idea migliore.

Questo è quello che insegniamo ai figli.

Che dinanzi alla morte ci si protegge, era un valore.
Che ci si unisce, si lavora e si prega: era un valore.

Ma adesso nessuno di loro ha modo di capire da cosa e perché scappiamo. Imparano solo che è giusto scappare, paralizzarsi.

Questo vedono, questo insegniamo: adulti impazziti e terrorizzati che ancora non sanno riaprire le scuole né inventarsi niente, che coprono nasi e bocche, che impediscono di prendere una sacchetta all’asilo e chiedono ossequiosi a un dio – chiunque esso sia, un virologo, una dirigente, un sindaco – il permesso di vivere.

 

[Foto di Mariagrazia Francot]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 4

  1. Hermione

    Comincio a pensare che lasciare le scuole chiuse faccia comodo a molti. A chi viene pagato per non lavorare, a chi risparmia su utenze e pulizia delle scuole, a chi si fa pagare per gestire i figli che chi lavora non sa dove lasciare.
    Chiudere aveva un senso all’inizio per frenare il contagio. Nel paese in cui vivo contagi non ce ne sono stati: perché non permettere, almeno nei contesti dove la situazione era più favorevole, una riapertura delle scuole? Perché qui è da metà maggio che i ragazzini si incontrano e giocano nei giardini della scuola e da metà giugno nei giardini della scuola (chiusa) si svolge il campo scuola a cui partecipano gli stessi bambini (anche della materna) e ragazzi a cui la scuola resta preclusa. Ma che senso ha?

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      Maddalena

      E’ un’assurdità che non trova ragioni, cara. Parlo a mio sfavore, visto che vivo a Milano, ma sono d’accordo che almeno nella maggior parte delle regioni la scuola doveva riaprire. Così invece si è fatto un comunismo sanitario che ha danneggiato tutti. Il paradosso dei centri estivi, poi, è appunto un paradosso. Ci vanno insieme questo mancato saluto dal vivo, e tutta una dottrina che con le motivazioni sanitarie non ha più un legame diretto, rintracciabile invece in quella che in diversi hanno definito psicosi collettiva. L’umanità ha millenni di storia, ha visto di tutto: ma mai avremmo immaginato che nel terzo millennio la giostra sociale e quella educativa in particolare, si sarebbe arrestata per un virus.

  2. Mamma Avvocato

    E niente. Ho pianto anche io. Ho pianto per Isabelle, per Sarah, per Patrick, per i miei bambini, per me e per te. Perchè hanno tolto troppo, ai nostri figli ed a noi, che delle loro emozioni, anche, ci nutriamo. Ho pianto per pezzi di vita che non torneranno, per occasioni mancate e per le ingiustizie subite. Ho pianto per le crisi di rabbia nervosa del mio grande, per le piccole repressioni del mio piccolo, per il loro dolore e per il mio, per quello di tutti i bambini e tutte le madri che lo sentono. E per quelle incapaci di riconoscerlo o troppo aride per farlo. Ho pianto perchè forse sono troppo emotiva o mi sento troppo impotente. Perchè forse siamo sbagliate noi, io e te e chi come noi, a non sminuire il trauma subito, a “esagerare”. E perchè forse, invece, l’unico sbaglio è vivere in una società di gente senza cuore, quello vero. Ho pianto tanto, in questi mesi, cosi’ come ho lottato nel mio piccolo e non ho mai smesso di protestare. Ho pianto perchè mi vergogno di essere italiana come ci governa, come chi non vede nulla di sbagliato nelle decisioni assunte. Ho pianto, leggendoti, perchè il mio grande aveva lo stesso sguardo di Isabelle al video “dei saluti”, di cui alla fine ha detto chiaramente, perchè piu’ grande: “una videochiamata cosi’, potevano evitarla. E’ inutile, si capisce che, in fondo, di noi in realtà non gli importa”. Perchè lui lo sa, che se hai davvero a cuore una persona, le regole stupide trovi il modo per infrangerle od aggirarle, basta avere coraggio e volontà e le sue maestre non hanno nè l’una nè l’altra. Mi chiedo, pero’, da genitore: con che coraggio io le guardero’ in faccia senza vomitare loro addosso cio’ che penso, quando le incontrero’? Con che stato d’animo affidero’ loro mio figlio da “istruire ed educare” a scuola, dopo aver visto di che pasta sono fatte? Anche per questo, piango.
    E a chi dice che non abbiamo il diritto di pianere e lamentarci, che esageriamo perchè c’è chi sta peggio, rispondo che la loro è pura ipocrisia perchè loro, nell’indifferenza di cui circondano tutto e tutti e a cui vorrebbero ridurci, non sono davvero capaci di provare pena per nessuno, neppure per chi sta peggio. Il quale, per inciso, di certo non trarrà giovamento da questo stato di cose e dall’altrui non dolore.

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      Maddalena

      Mi commuovi, Giulia. Dici tante cose, e così bene, che non ho nulla da obiettare o forse nemmeno da aggiungere. La sfida è come stare in questa situazione, qual è il nostro margine, nel piccolo campo imposto: perché un margine c’è sempre. Le maestre di Isabelle hanno fatto un secondo video, molto più personale, della loro classe gialla: visi, giochi, luoghi, attività. Ricordi vivi. Questo l’ho molto apprezzato e la piccola era sollevata e contenta. Ma resta sempre la domanda: fino a dove è giusto obbedire e basta? E’ sempre colpa di qualcun altro. Sempre colpa della Dirigente, che però darà presumibilmente la colpa a chi sta sopra, e poi al Sindaco e poi allo Stato. L’altro giorno mi sono fatta la domanda che ti fai tu: “Ma se io non soffrissi e vivessi la situazione con pace e serenità… i miei figli – Isabelle in particolare – patirebbero meno?” Insomma quanto è dolore loro e quanto rispecchiano la nostra ribellione? Credo che di sicuro siamo chiamate a “lottare” senza che il nostro malcontento offuschi la serena presenza e fermezza che i figli devono vedere in noi. Che esagerare nel dramma sia controproducente. Ma ricordo bene, per contro, che non sono io ad aver cominciato a lottare per puro principio, bensì perché vedevo la sofferenza e irritabilità dei figli. E allora lì, la vera esagerazione, sarebbe minimizzare o reprimere. Perché, come da sempre dico e come ho esposto in un post, i figli non hanno bisogno di genitori fintamente sereni, ma di verità: la verità non esclude la serenità e l’affidabilità del genitore. Il bambino deve trovare, nel genitore, uno spazio dove essere libero di sentire ed esprimere la propria amarezza. Quanto alla fiducia negli insegnanti, come ho già detto, non credo che facciano il loro lavoro senza amore: credo però che amino il loro lavoro proprio perché sicuro, ne hanno un’idea piccola, di applicazione. Ed è lì, il grande tarlo. Perché in questa situazione nessuno è chiamato a stare nel sicuro e nel piccolo. E chi è leone mostrerà di essere leone. Ma chi è formica, si chiuderà sotto terra.

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