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Il compleanno

IL COMPLEANNO DI UN FIGLIO È L’ANNIVERSARIO DI UNA MADRE

 
Hai compiuto gli anni pochi giorni fa. Poi l’estate si è ingoiata gli attimi: è così, in questi giorni, che il tempo si prende gli occhi a cercare il sole, due passi fuori, le chiacchiere coi nonni, gli zii. La montagna, i giochi fuori. Lo zucchero si mescola con l’acqua, in parte. In parte si deposita, rimane in basso, lo vedo dal vetro del bicchiere che sono.

Dovevi nascere. Dovevi nascere, sai? Alla svelta. Perché il compleanno di tuo padre era alle porte. E io volevo che tu fossi già qui.

Era un’estate senza montagne e senza suoni: solitaria tra i tetti francesi e il parco di quell’isoletta sulla Senna. Mi ero seduta dove il prato degradava con dolcezza consona a una donna gravida, avevo percorso il ponte, le strade merlate coi parapetti marroni, gli incroci. Avevo percorso i sentieri del parco, trovato il posto perfetto per stare con te, e immaginarti: la mano scendeva sulla linea rotonda della pancia e mi era sembrato che non sarei stata mai più felice di così.

Pensavo a quando ti avrei visto, toccato, allattato. Pensavo a noi che diventavamo tre. Alle tende sistemate alla finestra in cucina, alla tua culla in camera, al fasciatoio di legno chiaro vicino al bagno. A tutti quei vestiti minuscoli che aspettavano. Agganciavo l’idea come una stella, cercavo di portarla giù, lì, sulla Senna, trasformarla in carne. Per brevi istanti mi sembrava di farcela, di riuscire a immaginare, afferrare la sensazione di maternità, il sospiro di un figlio appena nato. Poi il concreto svaniva, restava quella pancia tangibile che si nutriva di attesa. Restava il mistero, una placenta che nutriva entrambi lasciandoci crescere senza urgenza.

Poco dopo, un giorno che si alza come gli altri, sospeso come tutte queste mattine. Con la tua culla sempre vuota. Con quelle tende in cucina, un finto pizzo da due soldi dinanzi a un bowl di cereali. Con quella stessa pancia che abiti muovendo in buffe geometrie. Il cielo s’inchina a baciare la terra. L’attesa mi raccoglie, mi solleva.

Abbiamo fatto un altro tracciato, tuo padre mi ha riportata a casa. Mi sono messa a sedere sul divano bianco, nel nostro salotto, ho pensato che non mi andava di uscire a camminare, oggi. Mi va di starmene qui come una vecchia. Oggi. La tv passa qualcosa che guardo da lontano, ho una svogliatezza pigra, mi ci accuccio come un gatto.

Il corpo lo sapeva, che stavi arrivando. Prima di me, della ragione, dei conteggi.
La città è rimasta spalancata e scura come una bocca aperta e senza voce. Siamo scesi giù in strada, in fretta: “Inizio a prendere la macchina. Andiamo, andiamo!” mi esorta tuo padre.
Su, accanto al divano dove ho avvertito, alcune ore fa, quell’onda di dolore sordo che ha avviato il concerto della tua venuta, sono rimaste le ciabatte, le riviste sul tavolino rotondo. Il foglio bianco sulla scrivania recita numeri che parlano di travaglio. Non ci credevo, sai? Non volevo prendermi sul serio. Mathias era arrivato dall’ufficio alla solita ora, forse poco prima, forse pensava, forse no… che il giorno era buono, che l’aria si era condensata intorno alla nostra attesa.

Si era aggrappato con tutto il sorriso di cui era capace a quelle poche parole ancora forti con cui gli avevo aperto, lì sull’uscio di moquette avorio sporca di mille locazioni, di altri volti, altre voci, altre vite, e adesso forse anche la tua: “Ho delle contrazioni, ma aspetta a esultare…” Poi le ore erano scivolate via rapide come sassi da un dirupo. È buffo, per quanto si soffra nel travaglio, il tempo corre, facendo nulla.IMG_1311_w

Ritroverò tutto com’era, tutto come mai più sarà, tra pochi giorni, tu minuscolo nell’ovetto, su dalle scale ripide, il sole che entra dalla finestra alta, scruta noi piccoli e nuovi tra le sbarre del parapetto nero, viene a ridere sulle righe rosse del tuo primo body.

Non è stato così impervio: un sorriso sdentato che si apre come una voragine, ingoia tutto senza masticare, succhia emozioni da cannucce di occhi stanchi. In poche ore eri già pronto. Arrivo alla clinica che è già tardi, fuori è venuto il buio senza che me ne accorgessi. Le stanze accanto tacciono, il corridoio è spento. Mi visitano in fretta, sentenziano che non c’è tempo per l’epidurale. Insisto, balbetto due parole col mio francese imbranato. “Non vale la pena, sei di nove centimetri.”

Lì ho paura, per la prima volta ho paura davvero. È già il momento di spingere, non so farlo. Non ho imparato, mi istruiscono le ostetriche, spingo il mento verso il basso: “Come quando fai le immersioni” suggeriscono a tua madre, che nemmeno sa nuotare…
“Ancora una, ancora una” mi esortano. E se non basta? E se non esce? E se non riesco?
C’incontriamo a metà strada: tu che arrivi da lontano, io che sono spinta chissà dove. In una notte che ha scalzato il tempo. Che ha un vapore di minuti al posto delle ore.
L’amore è liquido, va dappertutto e, intanto, sfugge.

Passo così, quella prima notte: una notte intera senza mai dormire. Una notte a navigare dalla tua pelle alla mia, raccolta e argentea come una preghiera.

C’è qualcosa che ha la stessa sostanza di Dio, in una nascita. Qualcosa che ci unisce a questa Terra, al filo invisibile del Bene. Aggancio il ricordo come una stella, ritorno in alto, là dove tutto è cominciato.

Un compleanno non è solo un pacchetto, il nastro affilato sotto le forbici, con cura, divelto, poi, da mani impazienti. Non è solo una spanna di centimetri in più, la maglia che accorcia le maniche. Le cose in più che sai fare. Quelle che dici, che leggi, che scrivi. I racconti che si affinano, particolari strambi o precisi che intarsiano quel tuo sorriso furbo, s’arrampicano sulle ciglia, cadono in fossette ai margini di labbra schiuse. Un compleanno è un anno di conquiste alla tua età, un anno di traguardi, sempre, mi auguro. Ma è anche il giorno in cui sei nato. Il giorno in cui ci siamo conosciuti. Il giorno in cui io sono diventata tua madre.

Così, nel folto dell’estate, ho scavato una nicchia per ricordare: ripesco quello zucchero dal fondo del bicchiere. Apro nel bosco delle ore una radura: il compleanno di un figlio è l’anniversario di una madre.

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