Altre Verità

Il bacio del mattino

Ci alziamo tardi. Lui ha spento la sveglia, si è riaddormentato. La sveglia già bassa, sempre più bassa, come quella luce vaga che arriva dallo studio, che una volta si teneva accesa più forte, per le evenienze notturne, il latte di Sarah.
Scivola di là, io rincorro le lancette, guardo. Non scatto su: il lunedì mi arriva addosso come il gas di scarico di una vettura: le terapie di Patrick. Sarah mugugna, si prende un pezzo di me riemerso da un malcontento prematuro, me la porto nel letto, me la giro tra le braccia col suo ciuccio che scappa.
Il malumore dovrebbe aspettare. Attendere almeno una cattiva notizia, un disastro. Invece è già lì, trova spazio nella fretta, mi annebbia gli occhiali come il vapore del caffè, nei miei occhi, nel naso nascosto dalla mucca della tazza. Poi non verrà nulla di brutto e lui già mi trattiene dal bello.
Dalla tovaglia che sorride sotto la finestra, dalle merende dei figli che imbrattano mani e bocche, dalle foglie dell’oleandro, fuori, affacciate a questo vetro sporco di dita che vivono.
E il bacio si perde.
Mio padre baciava lieve mia madre ogni mattina, prima di andare in ufficio: “Arrivederci” rispondeva lei inarcandosi leggermente. Sembrava come quel marmo giallo dell’anticamera, freddo, pallido. Io li guardavo, bambina. Pensavo: “Sarò diversa.”
Il bacio si perde. Nella fretta. Nell’usura. Nel letto da rifare, bagnato da un figlio nella notte. Nella cucina da rassettare. Si perde, il bacio: nelle scuse.
Il bacio che ci faceva perdere tempo, quando eravamo soli, costretti da una casa piccola, piccoli spazi di stanza e cuori stretti, a ritrovarci addosso. Il bacio anelato, vaporoso del primo mattino. Il bacio che affiora perfino la notte, risale a galla, tiepida bolla di luce nel buio.
Ora che il tempo ci fa perdere. Che mi fredda i piedi, me li porta sul marmo di mia madre.
Bisognerebbe lasciare la radiosveglia più forte, non spegnerla. Bisognerebbe non riaddormentarsi. Alzarsi subito. Fare con calma. Non avere tante cose da fare. Essere del giusto umore…
Bisognerebbe buttare queste stronzate. Scalciarle come le lenzuola, ai piedi del letto. Restare fedeli allo scompiglio: amare il disordine, ingenuo, dell’amore.

Qualcosa di nuovo?
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