Maternità

Gusti e disgusti – Parte 1

Qualcuno un tempo diceva “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”: ebbene, non dategli peso, perché obbedire a tale presunta verità, in tempo gestazionale, equivale a consegnarsi a una vera e propria crisi d’identità.

Dopo le prime settimane scampate alle nausee forti, dondolata solo da una tempesta di iperacidità fortunatamente domabile a suon di Wasa e granita al limone (pollo grigliato per le grandi occasioni), ho cominciato a chiedermi con insistenza quando sarebbero arrivate le fatidiche “voglie”. Reduce da altre due gravidanze sono andata a sbirciarmi i diari di allora, memore di quel sapore di viaggio esotico che solo la cosiddetta “alterazione del gusto” è in grado di procurarti. Cambiare abitudini senza cambiare stato, continente, cultura: che avventura straordinaria! E poi ricordavo che le voglie soddisfatte sono di quanto più vicino al Paradiso Terrestre si possa provare a questo mondo: un desiderio viscerale, lontano dagli appetiti degli aperitivi o dei dolcetti delle feste, e anche dalle compulsioni degli spuntini della domenica pomeriggio quando ti rompi le balle o delle notti insonni a far veglia a qualche amore in frantumi.
Perché le voglie non sono leggenda graviDazionale: sono verità. Magari passeggera, ma solida quanto quel gruzzoletto di cellule che sventolando ormoni le genera.
Cerco nel mio stomaco e nel mio immaginario, ma non trovo niente di forte. Un desiderio vago per questo o per quello: sarà che lo stomaco non digerisce neanche l’acqua naturale… Forse mi andrebbe un panino. Sì, no, mah. Un biscotto? Un cracker? Qualcosa di più bizzarro, pollo al curry, fajitas?

Aspetta che aspetta, una mattina di tempo incerto decido che voglio fare la pizza. Siamo nelle Dolomiti, il supermercato più grande (l’unico) ha tre corsie in tutto: “Trovami la pasta per la pizza e la mozzarella adatta”, intimo a mio marito mentre resto a casa appesa alla mia Wasa.
Non mangio mai la pizza, mi stufa dopo uno spicchio. E di certo non l’ho mia fatta. Ma la casa sembra a forma di pizza, sul tavolo me la immagino già, nel forno ne sento l’aroma, sul piano della cucina gli ingredienti si posano immaginariamente come su un tappeto volante.
Ed eccoli lì: mio marito, al rientro dalla spesa, i miei figli che sono andati con lui, due sacchetti da cui spunta qualche ingrediente promettente, e la mia prima voglia. A sei settimane (per chi fosse interessata alla datazione delle voglie). Le vere voglie sono come il vero amore: quando arrivano le riconosci.
Chiamasi “voglia” quel desiderio di cibo forte come la fame (quella vera), puntuale come la gola, in un sodalizio tra le due spinto da vortici incontrollabili che rendono INESISTENTE la possibilità di alternative reali all’alimento desiderato.
Nel mio caso specifico: pizza, patatine, primi (io, che notoriamente schivo la pasta come cibo viscido e noioso, nonché sopravvalutato: rubo la salsa e la metto altrove), maionese, salsa tonnata, insalata con aceto balsamico, pomodori datterini.

Qualcosa di nuovo?
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