Maternità

Guardarsi

È il vezzo degli amanti: guardarsi negli occhi, senza tempo, senza verbo. La distanza rappresa, i fiati che scavano dentro, ritagliano spazi immensi in pupille minuscole. Entrano, cercano. Trovano. Tornano ricchi. E cambiano l’intorno.
Ci vuole coraggio. Il coraggio sfacciato dei primi tempi, senza pudore, né scuse. Quello che poi s’ingabbia, latita, tentenna nei giorni a venire. Quando la vita scende, cola senza che quasi ce ne accorgiamo, nell’usura, la quotidianità lisa, le parole consumano il silenzio come uno stoppino che affonda nella cera.
Me lo insegna Isabelle, adesso. E io voglio impararlo. Mentre gira il solito cartone animato alla tv, i figli commentano, gli do retta, di sbieco, fluttuo in qualche pensiero mio, butto due parole sulle loro, per esserci: “Hai visto? Le scarpe rosse della Peppa…”
La piccola succhia al seno, la meraviglia di questo nostro momento va e viene, diventa, in fretta, abitudine. Elenco mentalmente le cose da fare, ripesco l’ultima nota lasciata su un post-it. Abbasso il viso, controllo che sia attaccata bene, ciuccia con meno forza, verifico, la immagino sopita, gli occhi persi sotto le palpebre: invece ha due monete lucenti, il colore ancora incerto. Incerto solo quello: mi scrutano sicuri, spalancati, fissi, come obbedienti alla più lampante delle verità.
“Adesso ce n’è un altro di cartone, sì…”
Restano, non cedono, io sono di nuovo distratta dallo schermo, ancora parlo, interagisco in altri mille modi, lascio andare in giro gli occhi, forse li spreco. Li abbasso un’altra volta, e ancora: quelle monetine luccicanti e sgranate non si sono mosse d’un soffio, nulla. Rimangono e aspettano, spudorate che amano senza riserva.
Non siamo più abituati al dialogo dello sguardo senza parola, alla forza impetuosa di due occhi senza ritegno. Così tanto, si può: chiudere una vita intera in due piccole conchiglie, da piccole fessure schiuderla e versarla fuori. Nel gesto semplice di guardarsi.

Qualcosa di nuovo?
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