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Altre Verità

Grandi spazi e minuscole ferite

SEI PARTE DI UN TUTTO. SEI L’OMBRA DI UN MATTONE, DI UN CAVO, UN PARAPETTO. SEI IL MADONNARO CHE COI GESSETTI DISEGNA UN VOLTO PER TERRA, SEI QUEL VOLTO. SEI L’ATTESA E SEI GIÀ ARRIVATO.
AVEVO DIMENTICATO LE PROPORZIONI DEGLI SPAZI APERTI, GLI INFINITI URBANI.

 

DSCN0910_pe_wprnLa vera attrattiva doveva essere la linea lilla del metrò. Patrick sa tutto, ha la cartina piantata tra gli occhi, ti dice le fermate a memoria, si è caricato quella povera donna di mia suocera fino in Centrale nelle ore del sonno di Isabelle. Poi le Tre Torri nel pomeriggio, diceva. Anche se alla fine sono due, ché la terza “devono ancora farla”. Sarah l’abbiamo stanata col colore: lilla, uno dei suoi preferiti. Voleva fare un lavoretto con papà, non c’è stato il tempo. Una treccia, un vestito rosa con un grande fiore ricamato nel mezzo, la linea lilla: il rimedio.

Non c’era nessuno. Grandi rampe, grandi atrii, Isabelle si mangia i gradini, sfiora il corrimano, con l’altra si perde nella mia. C’è fresco, silenzio, entriamo nel ventre della domenica, della città. Un po’ qui un po’ chissà dove, parlando in francese con la nonna.

Sarà per questo: le scale mobili sfociano sul lastricato, due torri infinite, scale di pietra, tagli diagonali. La Défense, penso. Penso ai miei amori, alle mie solitudini.

Le sere che aspettavo Mathias, il suo zaino nella folla sputata dal metrò. Patrick nel marsupio, giorni di silenzio forati dai pianti, da sonnellini galleggianti per casa. Era l’Appuntamento. Minuscola, su grandi scale. Minuscola, sotto la Grande Arche che ti rimette al tuo posto. Ti siedi lì, e la solitudine si mette a ballare. Non se ne va: quasi si amplifica, diresti, sotto quelle vertigini. Invece ti si accoccola in grembo e, coi minuti, si ritira, ti si infila in tasca. E tutti quelli che hai intorno sono uomini ognuno con la sua piccola scorta di cuori e silenzi nelle tasche, nelle mani, nei piedi su quei grandi scalini. Sei parte di un tutto.

Sei l’ombra di un mattone, di un cavo, un parapetto. Sei il madonnaro che coi gessetti disegna un volto per terra, sei quel volto. Sei l’attesa e sei già arrivato.
Avevo dimenticato le proporzioni degli spazi aperti, gli infiniti urbani.

Siamo costretti in piccoli sedili, piccole strade affollate, piccole vie. Piccole case. Enormi moltitudini compresse.
Poi voliamo via, l’urgenza della liberazione, nelle due settimane di agosto: allora fluttuiamo nel grande della natura.
Non lo sapevo, che puoi trovare il posto giusto, spalancare la città come le sue cartine.

Oltre la vertigine delle due torri il terrazzo ci butta sul declivio dell’erba. Palazzi nuovi, navi di vetro e di legno, balconi appesi su questo buco che insegna il valore di togliere. Togliere pieni, togliere dal fare, togliere ingombri. Una sdraio gialla spicca su uno di essi come un piccolo sole, è vuota, sembra lasciata lì per fare invidia. Saranno quanto? Tipo 20 mila euro al metro quadro? Ma a me mi basta qui sotto. C’è l’alto e c’è il basso. Il bordo dei terrazzamenti, l’erba che scende senza fretta. Qualche ragazzo, qualche albero. A me basta l’orlo merlato delle case antiche, come si schiantano sullo spettacolo delle torri, non hanno paura, ognuno col suo. Qui ogni cosa è possibile. A me basta questo francese che oggi parliamo senza posa, a me bastano i miei figli.

Li avrei portati alla Défense, vederli correre nello smisurato. L’ho sempre sognato, non l’ho mai fatto. Però qui abbiamo i prati perfetti, spero che dureranno. Loro rotolano come facevo io in montagna, tutte quelle sere coi cugini, mia madre prepara i pop-corn, li mette in quella scodella smaltata. Ci aspettavano sul davanzale della cucina, quando già imbruniva.

A me basta la scoperta. Che esiste ancora, e nella mia città, un vuoto che dilata, un vuoto per essere.

Un luogo che i pensieri non li trovi più, vengono e vanno, e non lo sai perché, però non ne hai più bisogno. Un luogo capace di metterti la solitudine in tasca. Oppure in mano. Che poi ci soffi come su una bolla di sapone, e quella se ne va. Incontro alla discesa, a quei palazzi a forma di nave, al mondo che, visto da qui, sembra meraviglioso e buono.

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Commenti 7

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      Maddalena Capra Lebout

      Come dico sempre a Patrick (che vuole fare lo scrittore): scrivere è anche facile, il problema è farsi leggere! Certo quando trovi lettori appassionati come te è decisamente fantastico 🙂 D’altronde hai uno stile e una sensibilità che ben s’accordano ai miei, come sai. Grazie Giò! (E scrivi, scrivi, scrivi, anche tu!)

  1. LaVitaFertile

    Che mondo che hai dentro, Maddalena! Tu distruggi e allo stesso tempo ricostrusci la realtà che ti circonda, colorandola delle sfumature del tuo cuore e del tuo spirito e facendola viaggiare fino a noi con parole che sembrano i pennelli di un pittore… Mi piace sentirmi lì con te, con voi e vivere la tua realtà! Un abbraccio.

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      Maddalena Capra Lebout

      Ma lo sai che postando questo pezzo, leggendo io stessa le parole che mi uscivano, ho pensato proprio a te? Al “qui e ora”, alla capacità di sentirsi parte del mondo, all’armonia, ai concetti che tu hai dentro e che esprimi benissimo. Insomma: ho pensato a quella bellezza che spesso dimostri, che hai dentro, e che per me ha ancora molto bisogno di… grandi spazi!

  2. LaVitaFertile

    Oh, wow! Grazie Maddalena! Dici che non le dò (alla bellezza interiore di cui parli) abbastanza spazio?

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      Maddalena Capra Lebout

      E’ vero, il mio commento può essere letto anche così… ma no: intendevo proprio dire che tu hai già molta di quella bellezza invece io per trovarla ho bisogno di spazio, tanto spazio fisico, che allora fa spazio mentale.

      1. LaVitaFertile

        Ah, ora capisco… Hai bisogno di molto spazio fisico forse perchè quello della tua vita di tutti i giorni è molto pieno, in tutti i sensi… 😉

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