I beffardiMaternità

Come ti svezzo la bambina 2

Ormai ho cominciato. Per forza. Perché anche i più accaniti difensori del latte materno, prima o poi, cedono al divertimento di vedersi imbrattare il proprio cucciolo con un biscottino ciancicato come può dalle sue piccole gengive forti, e quelle mani paffute che ridisegnano il pianale del seggiolone con ignoti Kandinskij. E cedono pure – figli di buonsenso e informazione – alle crescenti necessità nutrizionali dell’angioletto. Così c’è chi si studia il piano di svezzamento “tradizionale”, lo affigge al frigo tra i magneti, la lista della spesa e il foglio Amsa sulla raccolta differenziata. Pesa, bolle, trita, impasta e rimesta come prescritto, e, settimana per settimana, aggiunge un alimento diverso, nella rosa dei primi fortunati candidati: mais e tapioca si arricchiscono progressivamente di una zucchina passata e una patata, poi un altro vegetale, quindi un omogeneizzato di pollo, più tardi il manzo, infine il pesce. E verso l’anno si sfocia su pomodori e uova. Il tutto senza sale, senza zucchero, senza vizio. D’altronde non si chiama “svezzamento”? Ossia: “togliere il vizio.” E già il vocabolo mi fa incazzare.
Sul fronte opposto combattono la loro battaglia per l’anarchia sotto il nome di “autosvezzamento” i fautori della libera interpretazione dei pasti: il figliolo ci indicherà lui stesso, senza inganno, cosa e quando vuole mangiare. Basta sederlo a tavola con noi. Non serve sminuzzare, tritare, frullare: è importante che conosca, oltre al sapore dei cibi, la loro consistenza. E l’ottimo riflesso faringeo di cui gode eviterà che si strozzi. In fondo è come per l’allattamento: non era il piccolo a domandare (a modo suo) e noi a rispondere?
E così eccoci al valico con Isabelle, sei mesi scattati da una manciata di giorni. Si comincia col pane. Come, ha troppo lievito? Glutine? Croste? Però le piace, e la tiene buona mentre noi altri quattro pasteggiamo. “Guarda, lo vuole!” protende le mani, sgrana gli occhi, sbatte le gambe, noi le allunghiamo l’alimento che ha puntato (di solito quello più vicino a lei e, sospetto, il prescelto solo in virtù della vista ravvicinata), lei lo porta alla bocca e ci pastrugna. E certo, lo voleva proprio, verrebbe da dire: ma non siamo forse in quella che un tizio di nome Freud definiva la fase orale? Dieci minuti più tardi, in un lampo di distrazione (mia) la vedo sgranocchiare con gioia (sua) il pacchetto vuoto di cracker rimastole a portata di presa.
E qui mi sorge il primo dubbio: sembra bella, questa cosa dell’autosvezzamento, ma il confine tra chiedere e offrire non è così chiaro, né quello di fame e sazietà. D’altro canto – confesso pubblicamente – io non ho mai capito cosa significhi davvero allattamento a richiesta : non ho mai capito quando un figlio chiedeva il mio latte e, per non sbagliarmi, glielo offrivo. Non è mai accaduto che lo rifiutasse.
Per fare la figa, man mano che i giorni passano, le offro, nell’ordine: una mezza banana, una mezza albicocca, un biscotto intero, del riso non frullato, un pezzo di pizza, una prugna secca, una fettina di pollo. Lei sfilaccia con i suoi morsi ciuccianti. Quantità ingerita: un micron. Quantità diffusa nello spazio circostante: tutto il resto. Per convincermi che è lei a richiederlo glielo metto vicino vicino (sempre per l’equazione apparente: “vicino=lo voglio”), e la lascio fare. Mi diverte vederla sperimentare i vari sapori, e, in effetti, con un colpo di tosse, espelle – o avverte – senza rischi evidenti che è meglio liberarla di quel trancio che le è rimasto in gola. Non era più facile e veloce, anche per me, sminuzzarle la pasta, o schiacciarle la banana?
Certo, non è come mangiarsi una tinozza di pappa omogeneizzata, schifosa ma nutriente, direi piuttosto che sto iniziando mia figlia allo spilucco, ma mi tranquillizzo quando leggo che non è corretto parlare di “svezzamento”, come non è corretto parlare di “sostituzione della poppata”: questo graduale avvicinamento al cibo dei “grandi” è definito “alimentazione complementare”, e il latte di mamma rimane l’alimento principale fino ai 12 mesi. E così, di nuovo, per non sbagliarmi, io un po’ di tetta prima e dopo gliela do. D’altronde voler togliere il seno come fosse un vizio è una cosa che mi fa imbestialire da sempre: c’è un fondo di cattiveria oppure di invidia, in chi considera il seno in tal senso, in chi aborrisce l’immagine di un bebè di pochi mesi aggrappato alla madre.
Forse fa parte dello spirito competitivo dei nostri tempi: la gara a chi cresce più in fretta, a chi fa le cose prima, a chi è più avanti, avanti di chi, in che cosa? Nell’autonomia da una madre che vuole autonomia? O il vezzo di gloriarsi, davanti a tutti, per una conquista?
Comunque ci siamo: in fondo che ci vuole? Basta aiutarla coi pezzi grossi (perché li morda bene), aiutarla con quelli piccoli (perché non ha la manualità fine necessaria), lavarle mani, faccia, braccia, piedi, gambe quando ha finito, sbattere il bavaglino, pulire il grosso, rassegnarsi e sbatterlo in lavatrice, raddoppiare il numero di carichi quotidiani, pulire il tavolino del seggiolone, pulire i braccioli, pulire lo schienale. Ramazzare il pavimento, aspirare i pezzi grossi, lavare i resti appiccicosi. E questo ad ogni pasto, visto che la sediamo a tavola con noi. Nonché prepararsi a un cambio pannolino rinnovato nell’aspetto e… nella fragranza.
E poi han fretta di levar la tetta…

Buon appetito!

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