A ciascun giorno basta la sua pena

Quanto durerà?

La vita è beffarda.
Mi preoccupavo tanto di non arrivare in tempo all’ospedale, di non fare l’epidurale, della gelosia dei figli.
Ho fatto dieci ore di travaglio, l’epidurale, e i figli sono bravissimi.
Buffo come le cose poi vadano diversamente da quanto previsto, atteso, temuto. Meglio, a volte. Peggio, altre.
In mente mi sovviene quella frase che per anni tenni stretta: “Non affannatevi troppo per domani, perché domani avrà già le sue inquietudini: a ciascun giorno basta la sua pena.”
Estratto dal Nuovo Testamento, retaggio della mia formazione cattolica (sarà felice mia madre). Incredibile come certe cose tornino in voga. La vita con un neonato è un carpe diem, anzi carpe “momentum” in cui non sai mai cosa ti aspetti tra un attimo. Domande del tipo: “Potrò farmi una doccia? Magari sì, ma senza lavarmi i capelli?” animano le ore solitarie della mia dimora.
“Ha gli occhi aperti: è in fase rem, oppure è proprio – già – sveglia?”
“Posso pranzare con qualcos’altro che due barrette energetiche e un bicchiere di latte e cereali?”
Ripenso con un ghigno tra il divertito e il terrorizzato a tutti quei movimenti fetali che facevano sorridere me e i dottori: come mai si muove tanto? Si muove nel sonno, o è sempre sveglia?
È vero, Isabelle ha il sonno disturbato (quando dorme). Se no… disturba comunque: quando sonnecchia le piace tossicchiare, una specie di raschiarsi la gola senza tregua, accompagnato da movimenti semirotatori delle braccia, e magari anche una sorta di ritmica leg-extension. Quando è sveglia ha preso la simpatica abitudine di strillare senza tregua, sempre per ottime ragioni: se ha sete perché ha sete, se ha fame perché ha fame. Se ha già mangiato, perché deve digerire. Se ha già digerito, perché ha mal di pancia. Se ha già fatto la cacca perché… perché ti dimeni e strilli se sei pulita, nutrita, cagata, dissetata?!
Ieri, esangue, Mathias se l’è caricata nel marsupio alle otto e mezzo di sera ed è uscito. Per dare tregua alla sottoscritta e alla piccola stessa, in preda a violente crisi di origine ignota da ormai tre ore ininterrotte. Dettagli non trascurabili: braghe del pigiama (lui, non solo lei) e gli altri due figli al seguito che, accattivati dall’idea di una passeggiata a orari tanto insoliti, l’hanno convinto a portarli con sé. Ovviamente in pigiama anche loro.
È seguita: cena a turni (il che porta a ritardare vergognosamente i tempi serali, di messa a letto e ripristino condizioni cucina), tetta a oltranza, e la tentazione violenta a ricorrere a quel piccolo arnese di gomma che dicono di non dare nel primo mese di vita, onde evitare compromissioni del buon allattamento, il ciuccio.
Tentazione cui abbiamo debitamente obbedito, salvo cadere in profondo sconforto dopo i primi due minuti in cui ci era parso assistere al miracolo della riconciliazione. Lo succhia con tale forza da farmi venire i sensi di colpa: non avrà ancora fame (dopo due ore di poppata ininterrotta)? Non sarà che ha sete? Scrupoli inutili: ci pensa lei a sputarlo, già stufa.
Devo fare uno sforzo indicibile per ricordare che, nei neonati, l’equazione pianto=sofferenza non è necessariamente valida, che si tratta di un semplice mezzo di comunicazione (per quanto irritante), e che la piccola non per forza è prossima a tirare le cuoia per apnea da urla incessanti. Ma con un po’ di allenamento penso di potercela fare.
Ripenso a mia madre, che ne ha tirati su quattro. Come ha fatto?
La sua frase-grido: “E lasciala piangere…”, aborrita per anni, ora è prossima a diventare Vangelo (tanto per restare in tema).

Qualcosa di nuovo?
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