Altre Verità

Ciao settembre

Così sei qui.
Ciao, settembre.

Non amo i propositi. Tu invece ne domandi a dozzine. Forse per questo non siamo mai andati tanto d’accordo. Te li mettiamo addosso noi, la carica estiva prima di estinguersi dà ancora quel colpo d’anca, come una vecchia sulla pista da ballo. E tu cominci a suonare. Forse è che

restare a metà ci è difficile, abbiamo l’urgenza di buttarci avanti, dimenticare nostalgie in nuovi progetti.

Stanotte ti ho sentito arrivare. Quelle saggezze che ti toccano nel sonno, a volte le ripeschi al mattino e le trovi ridicole. La mia era che il presente è un’illusione. Un filo sottile tra ciò che già gocciola nel passato e ciò che ancora aleggia nel futuro. Che tempo è? Va’ che starci su, tutta intera con il mio metro e settanta, anche se sono magra, è mica facile. Ci vuole d’essere snelli dentro.

Ti ho portato alcune cose, vorrei che ci dessi un’occhiata: il materiale per la scuola di Patrick e Sarah. A etichettare tutto penserà mio figlio, se ancora si diverte a farlo. Il primo anno è stato rapido ed efficiente, adesso – lo sai – cambia ogni giorno e magari ti fa una smorfia davanti a quello che era il suo cartone preferito. Ma per le etichette dovremmo essere a posto. Tu pensa ai ragazzi.

Patrick ha fatto come i cammelli, ha tenuto duro per tutta quanta l’estate nei nostri tamburi di eventi. Partiva. Bastava affidarlo a qualche mezzo di trasporto che lo portasse in montagna, lui andava. Ho pensato spesso che prima o poi sarebbe rimasto a secco, che le provviste erano scarse, i ciao sulla soglia, i baci sulle ossa aguzze quando si distende. Dove vado, oggi? – chiedeva pronto, vestito, la mano sulla maniglia della porta d’ingresso. – Chi mi viene a prendere all’oratorio?

Adesso gli arriva la polvere di quei viaggi, delle nostre assenze per via di Sarah. Quelle in ospedale, e quelle della voce, del corpo, vicini nello spazio di un salotto, una cucina, eppure sempre a un passo dal suo sentire. Chiede il suo pezzo. È arrabbiato, scandisce il pavimento coi suoi passi rapidi, duri, il plotone del riscatto. Implora di farla stare zitta, darle quello che chiede, quando Sarah urla, quando Isabelle s’impunta. Non ha più posto per il posto che abbiamo dovuto dare a questa storia. Non vuole più sentire.

Sarah ha messo su qualche etto, la peso la sera quando so che pesa di più, non voglio vedere quel numero che scende ancora. Ieri è salita sulla bilancia con la bocca imbottita di pane: – Dai, così pesi di più – scherzo. Va di là, mi torna con le guance ancora più gonfie, la bocca non si chiudeva nemmeno. Mi fa sorridere.

Non dimentico. E non ricordo. Siamo abbastanza in qua da quel falò che per un po’ ha preteso legna su legna e si faceva spola con poche braccia e ce le facevamo bastare. Lei chiede i brillantini sullo smalto, arrotola un vecchio scampolo di tenda con un elastico di fiori, ingozza un sacchettino di tulle per fare uno squishy. E poi la sorprendi buttata su un divano spoglio, ha lanciato tutti i cuscini, si annoiava, “papà non mi ha detto che cosa fare”. Ritrovi l’assedio.

Non puoi dimenticare. In due parole con chi rivedi dall’estate, come stai?, nelle prime foglie croccanti, nei giri che si spengono, si preparano all’ordinario. Nelle piccole angolazioni che mostrano: non siamo ancora tornati in squadra.

Siedili con garbo, in quei primi banchi di scuola. Dalle quel tono affabile della sua maestra che la lenisce. Allontana le critiche, la noia, tienila da conto, quella bambina. Dai a Patrick il suo orgoglio di ragazzetto che impara svelto, a Sarah bussa trecento volte negli occhi, mettile dentro che la penso, sii svelto in quelle otto ore. E poi portali fuori, in quel cortile che usano così poco, e poi portali ai cancelli e io sarò lì: mi riconosceranno dal cicaleccio con una compagna di folla e forse di follia. Da come sfrutto la mia altezza per essere vista per prima in quel tessuto di teste. Mi riconosceranno dal sorriso.

Ti ho preparato due grandi inizi. Uno l’abbiamo confezionato insieme: Isabelle comincerà l’asilo, che io amo chiamare così, ché la parola “scuola” già a tre anni mi sbatte, è come quelle maglie beige su un viso pallido. L’ha sentito anche lei, quel falò, quel lavoro assiduo, il via vai. Anche lei si è accodata suo malgrado alle nostre corse, ha assistito alle grida della sorella, è stata dai nonni quando non voleva, ha imparato con estrema puntualità il lancio degli oggetti quando s’arrabbia. E mi pretende più che mai.

Bisogna che sia bello, là, tra quelle seggioline. Che i giochi siano più accesi delle nostalgie, le presenze più solide delle assenze. Se riesci, trovale subito un’amichetta, una di cui possa dirmi, appena torna: – Mamma oggi ho giocato a mamma e figlia con la mia amica.

L’altro grande inizio è farina del mio sacco. È un progetto che aspettavo da tempo di abbracciare. Non ti chiedo nulla, per questo: tienimi alta, nella casa che si vuota. Tieni alta quella mia fiducia gracile, alto lo sguardo, diritta la schiena. Ammorbidisci i momenti di sconforto, lancia con sicurezza le mie promesse. Insegnami la pazienza. Scherza. Quando mi vedi allacciata a una nostalgia, disfami i nodi. Fammi ridere. Dovrebbe bastare.

Sono pronta. Benvenuto, settembre.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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