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Maternità

Ci vuole solo un po’ di più

A VOLTE BISOGNA PARTIRE DALLA VOLONTÀ. E POI IN QUELLA BOCCA SPALANCATA DEL DEVO LASCIARCI VENIRE IL TEMPO

 

Chiamo mia madre. Per quei calendari che ho ordinato. Uno è il mio regalo per loro, li ho fatti recapitare lì, dal loro portiere, perché qui non ho un custode: il privilegio dell’informalità.

Sì, sono arrivati, sono meravigliosi: li hanno già aperti.
– Va bene, volevo darvelo io, ma va bene uguale.

Sono stati a trovare mia sorella, io ho passato l’ultima settimana da vera madre stronza. Nel senso buono del termine, di quando una donna si riprende un po’ di tempi suoi, si riespande, come quei cibi liofilizzati quando li annaffi. Di un uomo non diresti uguale. Di un uomo diresti poveretto, ha diritto ai suoi spazi.

Invece io ho il marito martire, o forse solo a regola d’oro per i tempi moderni. Ho passato un grande montepremi di ore a lavorare in studio. Peraltro l’unico monte visto. Di premi ancora nessuna traccia.

Sa di rinuncia, ti serri lì dentro come in esilio, senti di là lo scoppiettare di quel focolare che sono i figli. Poi le liti. A quelle ti comincia a esser facile chiuderti. Accendi la stufetta, stai lì in quello sbuffo ammortizzato dai tappi che ti calchi negli orecchi. Senza accorgerti hai fatto tre ore. Quando torni di là non è più come una volta: ti vedevano arrivare ed era un concerto rock, si strappavano le maglie, ti lanciavano regali e omaggi, era tutto un mammaaa!, il sussulto nel petto che ritrova l’amato.

La maternità fa come fanno tutte le cose, si usura un po’,

si inclina sotto il vento dell’abitudine, forse di quei piccoli cervelli che imparano l’ordine, le categorie, le evidenze: anche quella che mamma è solo una stanza più in là, che come va torna. Ordinaria.

E così pian piano anche io m’inclino, mi chiudo nelle mie stanze interiori, quando torno trovo bambini litigiosi, difficili, un marito stanco, faccio la mia parte: diamine siamo in due e sembriamo mezzo contro dieci.

Pensa quell’energia che hanno per le rappresaglie, tutta quella forza e tenacia che mettono in un NO, quanto potrebbe. Un mondo intero, potrebbe.

Quando Mathias finisce le ferie mi succede una cosa strana. Forse mi sono debilitata, forse mi sono fatta troppo le mie cose, ho perso la mano: ho paura. Di loro, dei miei figli. Quasi. Di non saperli gestire. Perché sono sempre loro, ma sono anche sempre diversi, gli stessi trucchetti e giochi con cui cavalcavo con orgoglio le scorse vacanze estive adesso sembrano idiozie.

Mia madre mi chiede “se vuoi che ti liberiamo un po’ i prossimi giorni, che te li portiamo un po’ via…”
– Mamma, sei in vivavoce.

Sorridiamo.

Mi sono mossa zoppa nelle prime ore, li lasciavo fare. Intervenivo solo quando si sgozzavano, quando gridando mi davano fastidio. Ho cucinato, ho fatto il mio dovere. Ed ero sempre un pezzo di me troppo in là. Quel turbinare non si accendeva.

A volte me lo chiedo,

sono reduce di anni e anni di amori spontanei, istintuali. Ché bastava il linguaggio della pelle, le bolle di saliva.

Un attimo, quegli occhi che sei uno spettacolo, basta guardarvi. Me lo chiedo, come si fa poi. Ora che non ho più bimbi da cullare al seno, da tenere in braccio, bebè che un bacio è tutto.

La verità è che ci vuole un po’. Un po’ di più. Che a volte bisogna partire dalla volontà. E poi in quella bocca spalancata del devo lasciarci venire il tempo. Lasciarlo piovere, che faccia il suo mestiere.

Riprendi la mano dopo quelle assenze. Gli hai detto dai adesso giochiamo un po’, senza convinzione. Ti tocca Twister: e dopo un po’ siete galline goffe e le bocche ridono. Stare bene mette appetito di voi. Mette altro lievito che fa stare bene. Altro vento nei mulini.

E allora dici no, a tua madre: per adesso va bene così.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 4

  1. blogcambiopasso

    o forse gioca un ruolo anche il fatto che un po’ abbiamo paura della nostalgia che arriverà quando mamma non lo diranno più col ritmo con cui cadono le foglie a novembre …

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      Maddalena Capra Lebout

      Cara Diana, purtroppo siamo fatte in modo che non basta immaginarsi il dopo per stare meglio adesso. D’altro canto non lodano forse tanto chi sa vivere il ‘qui e ora’? Ebbene: sorridi se sorridi, scleri se scleri. 😉

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