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Maternità

Aspettare

NON È IL CONTRARIO DI FARE

 

Isabelle è nella vasca da bagno. Le piace che c’è la tenda del mondo, si chiude nell’America Latina e in un attimo ti sembra davvero che non ci sia più.

Sarah, appena fuori, scende da una buona filantropia che la vedeva condividere l’iPad con la sorellina (“Ti metto la musica, ok?”) a un ascolto più exclusive arroccata sulle scale che qua e là si diletta a scendere unicamente col sedere.

E io posata in pizzo a una sedia e una connessione alquanto lenta aspetto che la petite mi chiami per la quarta volta, dopo le prime tre in cui mammaaa, tu vai, fai per estrarla, e quella riempie altre due taniche di schiuma.

Mi sembra già chiaro il ritornello di questa vacanza: aspettare. Che non è la stessa cosa di avere aspettative, anche se il tema è uguale. Eppure in qualche modo una può portare all’altra.

Prendi le sere. Ci stiamo organizzando. Quelle di una volta cominciano a sfocarsi, non so perché ho tanta inerzia al cambiamento, attraverso i guadi e la mia unica preoccupazione è arrivare di là uguale a prima. Che con un palmo aperto mi raschio il fango e sono ancora io. Le prime sere qui se ne vanno a ricostruirsi: Patrick in una stanza, qualcuno che legge con lui, le due donnine in un’altra, un altro che legge per loro. Poi però bisogna restare, vicini e non troppo vicini, a quel viso incerto di Sarah sotto lo scoppio di luce che versa dal corridoio. Non c’è un vero salotto dove accatastarsi davanti a una tv, e così la sera sbiadisce come quel suo piccolo volto, pian piano, su nelle stanze, mentre le ore vanno. Ché quando scendi di sotto non hai nemmeno più voglia di squadrarti le chiappe su una cadrega, sbadigli un ciao vado a letto e finisce così.

Però quel tempo che aspetto gli occhi chiusi di Sarah io vivo. E rivivo.

Forse fa un po’ quello che fanno le preghiere dei credenti, che facevo quando ero io, quella con gli occhi che scappano dietro al sonno. Ho riversato una buona scorta di baci su Isabelle e il primo pensiero è se si senta gelosa che poi siedo a lungo accanto a sua sorella. Il secondo pensiero è un brivido stanco di noia, come quando si parte, che si fa sempre fatica. Quando non è un amore folle e ragazzino, quando c’è il vicolo stretto della costrizione. Poi spiana. Non so dov’è che avviene, ma sera dopo sera imparo che quello è un momento mio. E allora in quel rettangolo troppo luminoso della porta arriva il ricordo di quando aspettavo che dormisse un figlio neonato, e poi l’ascolto del respiro appreso in mindfulness, e poi la duna scura di Isabelle che se ne va e tutto diventa scuro e forse anche il pensiero di ieri e di domani smette, si arrocca una lacrima perché

quando perdi il senso del tempo ti sembra un po’ di trovare il respiro dell’Universo.

E in questa forma di preghiera, senza accorgermi, mia figlia sotto la mia mano si è addormentata.

E poi prendi i mattini. Aspetto di capire che tempo fa, mi infilo e sfilo calzoni di varia lunghezza, poi lascio scegliere all’ottimismo. Aspetto di essere pronti tutti. Aspetto l’infrazione procurata da una proposta: Sarah che cade come so, come aspetto di abituarmi a vedere. E poi s’alza aggrappata alla corda delle mie braccia. E poi si va. In un modo o nell’altro. Aspetto nei crolli di un figlio, il tempo utile che sfiammi prima di confortare e, intanto, correggere, e guardo come aspettare è incredibilmente rivoluzionario. Aspetto che mi passi questa bronchite-faringite, e intanto ingoio antibiotici e sviluppo un’insolita capacità di ripresa e un meno insolito, ciclopico herpes labiale. Aspetto nei giorni che non si fa il mondo, ma nemmeno si distrugge: che basta un panino nel prato di casa e ti senti una vecchia in pensione però se non arricci il naso per un po’ va anche bene. Ché poi arriva l’onda buona, e il giorno dopo sali su quello stesso rifugio dove piantavi il picchetto della solitudine, e adesso che siete tutti e cinque ti sta bene. Ti sta a meraviglia. Sarah non ha nemmeno cercato il bagno arrivando e anche se me la sono tirata in certi punti che si lagnava come quei balordi ubriachi e ciondolanti nei metrò, era solo una bambina stanca dalla salita. Una bambina: stanca e stufa della salita.

E poi non aspettavo: di vedere che siamo uguali a prima, che torniamo a somigliarci. Scattiamo foto negli stessi posti di un anno fa che quest’anno avremmo detto impensabili, solo più lunghi i figli, di una spanna.

E aspettare diventa l’azione di essere. Dentro le cose, anziché fuori.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 4

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  1. Mamma avvocato

    Una cosa è certa: la malattia di Sara ti sta rendendo molto zen e questo è certamente un pro. Quanto al resto, vivere l’attimo, il presente, anche quando è un’attesa, può essere vissuto come un dono, se ci credi. E poi sei al fresco e questo basta già a fare vacanza!
    P.s. Felice dei progressi di Sara, che spero si consolideranno. Io incrocio le dita per voi!
    Quanto all’herpes, quando assumi antibiotici, prova a fare risciacqui della bocca con acqua e bicarbonato ogni volta che lavi i denti. Con me funziona!

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      Maddalena Capra Lebout

      I miei dicono che adesso sono paziente “anche troppo” :p Quanto al fresco sai che si muore dal caldo anche in montagna? Davvero, non riusciamo nemmeno a tenere le coperte, di notte! Per l’herpes no, non sapevo, proverò: per intanto ci ha messo quasi una settimana a seccare, avevo la pelle viva che non si asciugava…

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