Maternità

Abituarsi alla luce

“Non sono più una donna incinta” mi ripeto.
Sono io, lo so, ma io ero anche quello, la mia pancia gravida, la mia condizione. Che per nove mesi hanno modellato la mia identità, il mio modo di essere e percepirmi, di relazionarmi con me stessa e gli altri, in quel ventre-confine che disegnava la mia figura, la stagliava sullo sfondo.
“Ora mi aspetta la vita reale” rintocca tra l’augurio felice e il monito che mi scuote.
“Si chiude il tempo per come lo conoscevi”, l’eccitazione del nuovo tentenna.

Ci vuole pazienza, quella del neonato che ancora non vede, distingue appena le luci, le ombre. Quella del corpo che riprende la sua forma originaria. Quella del seno che fiorisce, trovare il latte, attaccare la piccola, cercarsi. Quella dei miei occhi, come i suoi, che piano piano iniziano a vedere. Ad abituarsi alla luce nuova: accecante nel suo fulgore, madre di ombre profonde, insieme.
Ci vuole pazienza. Lasciare alle parole il loro suono. La loro eco. Senza giudizi, senza premura. Lasciarle in grembo a queste prime ore.
Poi quelle frasi smetteranno di pungere. Smetterà l’affilatura del tempo che insegue il suo dovere, vento oltre colle che soffiando scavalca e scompiglia. Io con la piccola, stretta a me, immobili.
Avrà la meglio quello spirare che in fondo, se ruba, è per donare: spianerà il colle, mi sospingerà oltre. E saremo nel mondo. Unite in modo diverso.
È la rielaborazione naturale delle cose, il cuore plasmato dagli eventi richiede giorni e ore per rinsaldarsi. Deve asciugare l’argilla, liberarsi le mani, andare al di là.
Ma intanto rimango. E non m’inseguo. Attaccata al qui e ora, la nostalgia che si contende i sensi col futuro. Si attacca a nullità, sgorga apparentemente dal niente, trova un varco, una scusa, nell’ultimo biglietto con l’appuntamento di controllo in gravidanza, nel pc rimasto spento dalla nostra uscita per l’ospedale, nelle stelle sulla parete dei bambini che le guardo e so: “Stasera non torni. La tua pancia è qui per l’ultima volta. La prossima sarà con la piccola in braccio.”
Ci si impiglia come un filato di pregio in una sporgenza, e mi spoglia.
Sembra che ogni piccolo oggetto sporga nella trama del vissuto. Montagne, rilievi, dossi, hanno creato questa terra.
Pace e tumulto s’alternano, procedono fianco a fianco in questi primi giorni.
È lì, che la natura ha disposto che un esserino così minuscolo dia senso a tutto: in quei pugni chiusi, la pelle rosa, le gambe arricciate perse nel pigiamino. Posarsi su di lei annienta ogni inquietudine. L’intero cosmo respira in questo piccolo petto.

Qualcosa di nuovo?
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