Altre Verità

À la française

ALTA SAVOIA, NUVOLE BASSE

 

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Ho acceso il calorifero. Qui sono elettrici, giri la rotellina, guardi la luce rossa, la piccola spia di un’estate à la française. Si leva quell’odore tipico, il primo di quando entravo nel bilocale di Mathias a Puteaux, la casa chiusa, un volo atterrato a Beauvais. Anche se è solo polvere, a me piace. È odore di tempo.

Lui ha un paio di brache corte, obbediente ad agosto, fiducioso. Patrick scrive ispirato dai pianeti che hanno visto insieme l’altro giorno, Sarah disegna, Isabelle chiama mamma, al terzo appello smetto le mie urgenze dinanzi alla casetta della Peppa e di George, alle sue dita che muovono i personaggi di una storia.

Si sono placati. Come un vento, una risacca, dopo le corse scomposte dell’arrivo e delle sere. Qui sono pieni e vuoti, gli spazi, noi.

C’è quella prima occhiata al cunicolo di legno, oltre la porta che ancora non sapevamo d’ingresso: slitte rimaste e già pronte per le prossime nevi, gradini e svolte, la sorpresa improvvisa di un terrazzo che fluttua sul prato sotto la catena. È stato il primo fiato sospeso, sbuco dalla penombra alla luce, dal piccolo all’immenso, davanti ho solo erba, un declivio lento, il bosco, le alture che si aggrappano verso il Monte Bianco. Un torrente che non vedo biascica le sue promesse.

DSC00874_pe_wprnC’è la casa, poi, scoprire le sue scalette e il soppalco, saliamo da una parte, scendiamo dall’altra, ogni volta apro la porta sbagliata, mi credo da un lato, sono dall’altro. Due salotti, una stufa, una vetrata che non mente: le nubi del primo giorno ritornano il secondo, si aprono un po’, le trovi di nuovo. Non è una stampa, è che l’Italia lo chiamano il Paese del sole. La Francia: no.
I bambini li abbiamo caricati senza nemmeno accorgerci, hanno fatto il pieno di carburante, c’è tanto di tutto, le imposte che anziché fuori sono dentro, sono separé per nascondersi: Isabelle, siediti, mangia! Sbucano solo i piedi, il purè è rimasto nel piatto. Le scale si fanno col sedere, alla decima rampa un paio di brache è già bucato: adesso ci puoi fare il fantasma fucsia, ci metti la testa, l’elastico in fronte, poi guardi dai due grossi buchi. Si salta da un divano all’altro, si buttano peluche da sopra, dal soppalco, si gioca al camoscio a quattro zampe, si freme.

In certe piccole fratture ti sembra di capirli, quelli che vanno in vacanza con la babysitter.

Fuori invece è grandi spazi, casette disperse come dadi su un grande tappeto di gioco, la larga vallata, straducole, bestie. Un cane si è fatto un pezzo di passeggiata con me e Isabelle, quello che sguazzava nel prato la sera, che oggi ci bussa col naso sulla finestra a cena. Cavalli sbattono le loro code, e il torrente chiacchiera sullo scampanio delle vacche. Mi piace da morire che qui ci sono enormi prati, grandi, grandissimi buchi verdi tra le case, dimenticanze urbane, come indispensabili amnesie tra le parole. Pause.

Come quella che farei io, se fosse rimasta la risacca. Ma i figli schiumano di nuovo. Fuori le nuvole sono rimaste al loro posto. Usciremo con l’abituale k-way, lascerò acceso questo piccolo calorifero. Rientrerò sniffando la polvere del tempo. E la sera galleggerò di nuovo, davanti al prato immenso, i lampioni lontani sulla diagonale della strada dall’altra parte del fosso come un rosario fluorescente. Altre ghirlande di luci bianche nelle stelle. Perché, già so, il cielo si apre, ogni tanto. Ma lo fa sempre di notte.

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