Maternità

Tre anni intorno al mondo

Mi fanno aspettare. La commessa spinge il carrello delle pulizie come un deambulatore. Intorno non è rimasto nessuno. Anche i bambini del doposcuola, i genitori ritardatari, il resto del personale, le maestre sono scomparsi ingoiati dalla vita di fuori, di casa, dalla serata che si distende letargica tra nuvole indaffarate a cercare la pioggia.
È un gigante addormentato questo salone di linoleum senza giocatori né spettatori, gli armadietti già raccolti a bordo campo per le feste di fine anno contano i giorni che mancano, attendono il crepitio delle musiche, decine di mani che muovono in gesti imparati a memoria. Qui dentro, nel piccolo atrio davanti alla classe blu, un grosso foglio con gli ultimi lavoretti: l’orto, i semi, una filastrocca. Nei ripiani disabitati dal suono riposano barattoli di bottoni, colori, pezze di stoffa.
Più in là, sul davanzale a ridosso dei bagni, una fila ordinata di vasetti con spaventapasseri vigili: hanno il muso di calza imbottito, un altro pezzo di calza tagliato e ricucito gli fa da berretto.
Spingo l’occhio oltre la porta lasciata aperta, una mamma sta ancora parlando con le nostre maestre, sua figlia pasticcia col cibo, racconta tra il riso e lo sconforto. Loro le fanno eco.
Poi il mappamondo mi aggancia: sta sulla porta, un manifesto con un grande mondo disegnato, intorno ci sono le piccole foto di tutti i bambini della classe blu: eccolo, Patrick, la maglia azzurra, quello sguardo furbo che gli avevo catturato in montagna, mi guarda di sbieco, sorpresa paffuta tra l’oro dei capelli.
Ritorno a quel primo giorno, al mio cappottino blu di metà ottobre: alle maestre che mi davano del tu davo ancora del lei. Avevamo attraversato il salone paralleli, io dentro un misto di timore ed eccitazione, lui nella sua bolla muta, vicino o lontano, obbediente senza sbavature. Da cosa cominciare? Presi un libro, un inizio confortante per entrambi, lo sedetti sulle mie ginocchia. Mi chiedevo cosa devo fare? Sapevo che lui non si sarebbe spinto nello spazio, tra le altre, troppe teste, di sua iniziativa. Mi chiedevo perché le maestre non intervenissero. Mi chiedevo se sembravo una buona madre, oppure troppo ansiosa, se nascondevo bene il sottile disagio che non volevo ammettere. A loro. A lui. In fondo, quella mattina, e anche quelle a seguire, per un po’, Patrick e io, ci somigliammo.
Così presi a leggere. A scimmiottare i personaggi, mostrare le figure, col dito puntato sui colori. Un gruppetto di bambini curiosi per la novità di questa signora si annidò ai miei piedi.
“Tocca a te girare la pagina.” Facevo voltare le pagine a turno, a lui e agli altri, cercando di creare il contatto.
Pensai che era bello stare così, a mollo di anni tanto piccoli, di menti così grandi, spalancate come gli occhi, che bastava così poco per averli tutti addosso, come fossi magica.
È cominciata così.
Poi un’ora nella saletta dei caffè, chiusa nel solito cappotto perché il riscaldamento era guasto, mentre lo sapevo di là, in classe, per la prima volta solo. E mi strofinavo le mani, il respiro s’incollava senza sapere se era soltanto per il freddo.
Tutto era una grande scatola troppo rumorosa.
Mi fa sorridere, ora che invece è muta. Ora che ogni cosa ha preso senso e bellezza. Le bacinelle con la farina che lui non voleva toccare. Gli armadietti con mille disegni e segreti. I barattoli dei bottoni, i vasi con gli spaventapasseri, le sue ore qui che non conosco: è un bel posto, un bel pezzo di vita, Patrick.
Qualcosa rimarrà nell’aria, poi col tempo sfumerà. Altro resterà insieme ai lavoretti che affollano il comò in camera tua. Altro ancora l’avrai dentro, piccoli ricordi imperterriti, cose stupide, magari, come me che ricordo la commessa Filomena, il fiocco arancione col bottone automatico sul mio grembiule, il giorno che si mangiava l’uovo sodo e io lo detestavo.
E quella piccola foto con la maglietta azzurra se ne andrà da questo mondo colorato, da questa porta.
Ora mi chiamano. Sciocca nostalgica. Per l’ultimo colloquio individuale.
Sbuco oltre la soglia, sbuco dal ventre di questi tre anni, siedo con loro sull’unica seggiola grande. E impugno la voce con la mia sicurezza di carta pesta, un grazie zitto tra le pieghe.

Qualcosa di nuovo?
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